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Flora Toscana si è aggiudicata a Myplant & Garden la sezione “Varietà di piante ornamentali” del premio “La Vetrina delle Eccellenze” con Grevillea Ignite®. Nella categoria “Varietà di fiori recisi” ha vinto Gambin Fiori con la rosa Westminster Abbey ibridata in Olanda da Vip Roses Sassen. Il presidente della giuria Ferretti: «abbiamo tenuto molto conto anche delle caratteristiche ecologiche dei prodotti», fra cui anche impianti, software e altro ancora.

«A titolo personale ho apprezzato il fatto che ci fossero molte candidature nel settore delle piante ornamentali e il risultato ha dato il premio alla Grevillea ignita, che è una pianta molto interessante. Ma devo dire che c’erano come minimo altre 4/5 proposte estremamente interessanti».
E’ una delle prime valutazioni a caldo di Renato Ferretti, presidente della giuria del premio “La vetrina delle eccellenze” di Myplant & Garden 2019, sentito subito dopo la cerimonia di consegna delle targhe, la settimana scorsa alla Fiera di Milano. Premio in cui le prime due categorie, dedicate alle piante ornamentali e ai fiori recisi, se le sono aggiudicate due aziende della filiera florovivaistica italiana. E, fra queste, Flora Toscana, la cooperativa di Pescia leader nella commercializzazione di piante e fiori, che ha vinto con la nuova introduzione, la Grevillea ignita appunto, annunciata nei giorni precedenti a Myplant.
«Ci sono state oltre 70 richieste – ha spiegato Renato Ferretti - e sono stati ammessi 60 prodotti, che sono stati esaminati articolandoli nelle varie categorie del premio e naturalmente il lavoro è stato come sempre difficile. Quello che abbiamo potuto apprezzare è che c’è un crescente interesse da parte delle aziende a partecipare a questo premio, anche se ha caratteristiche particolari, perché non è che si valuta solo la novità assoluta. Si chiama “Vetrina delle eccellenze” per dare un riconoscimento alle eccellenze nelle varie categorie: dalle piante ai fiori recisi ai mezzi tecnici per fitofarmaci, concimi e quant’altro, vasi, macchine, attrezzature, impianti, arredo verde e via dicendo». Un altro aspetto del premio sottolineato da Ferretti è l’attenzione rivolta agli elementi ecologici: «la giuria ha tenuto in grande considerazione le innovazioni dal punto di vista dei materiali, che corrispondono sempre di più a caratteristiche ecologiche, di ecocompatibilità o ecosostenibilità, di non produzione di rifiuti, ad esempio negli imballaggi». Infine Ferretti ha detto che forse nella prossima edizione potrebbero esserci le condizioni per aumentare le sezioni del concorso, perché «come abbiamo visto nei lavori della giuria alcune categorie sono troppo ampie, con prodotti troppo diversi fra loro che è difficile comparare». Ad esempio? «Macchine, attrezzature e impianti comprendeva molte cose ed è difficile comparare dei software con delle macchine oppure con degli impianti di irrigazione. Alla fine bisogna fare una scelta, ma rischiano di venire penalizzati dei prodotti e delle aziende che magari in una categoria un po’ più definita non lo sarebbero. Per cui credo questo sia uno degli aspetti su cui lavorare».
Ma ecco l’elenco dei premi delle varie categorie con le rispettive descrizioni.
Varietà di piante ornamentali. La prima classificata è stata la Grevillea Ignite (G.alpina x rosmarinifolia), una pianta originaria della Nuova Zelanda brevettata presso il CPVO (Community Plant Variety Office, l’Ufficio comunitario per le varietà vegetali) di cui Flora Toscana detiene l’esclusiva per l’Europa. Una pianta «resistente alle basse temperature e tollerante la siccità», adatta sia ai contenitori che alle bordure dei giardini. Alla giuria sono piaciuti sia i colori che le forme originali e interessanti a fini paesaggistici.
Varietà di fiori recisi. A vincere è stata la rosa Westminster Abbey, ibridata in Olanda da Vip Roses Sassen, qui presentata da Gambin Fiori, che la commercializza. Questa rosa è dotata di grande resistenza e durata, con bocciolo aperto di notevole dimensione, ed è stata premiata anche per il confezionamento ecologico.
Mezzi di produzione (fertilizzanti, antiparassitari ecc. rispondenti ai requisiti dell’agricoltura ecocompatibile). Ha vinto ICL Italia con MET 52 Granulare: «un insetticida biologico per il controllo dell’Oziorrinco», si legge nella presentazione, «per il trattamento dei substrati delle piante allevate in contenitore in serra o pieno campo».
Innovative macchine, attrezzature e impianti per la produzione e la vendita. Al primo posto si è classificata “R3 gis”. «R3 Trees – spiegano gli organizzatori - è la piattaforma webGIS per la gestione efficiente e responsabile del verde urbano» con controllo a distanza delle condizioni degli alberi. La versione di questo software «per dispositivi mobili permette di gestire lavorazioni e controlli direttamente in campo e senza connessione internet». E’ stata apprezzata la sua semplicità.
Nuovi materiali edili e/o arredi per la realizzazione del giardino e del paesaggio. Prima Ambra Elettronica con Quattro: «un giardino del benessere da interni per la coltivazione di piante insolite dall’elevato potere curativo». Un dispositivo che integra un design moderno, materiali ricercati, moduli di illuminazione a LED, sistema di irrigazione che sfrutta la porosità della ceramica per un giardinaggio indoor facile.
Vasi e prodotti per la decorazione. Ha vinto Plastecnic: MYmood APP vaso 18 un vaso dotato di «una bretella che consente al vaso di essere utilizzato sia a ringhiera sia a muro» (nel caso di aggancio a ringhiera è sufficiente far passare la bretella nelle due asole, la bretella è inoltre caratterizzata da fori per il fissaggio a muro). Una «risposta ad un’esigenza del consumatore con una soluzione innovativa e diversa da quelle già esistenti sul mercato, cercando anche di dare valore all’aspetto estetico curando in modo particolare il design del prodotto».
Infine, una menzione speciale è andata a Lite Soil che ha presentato Lite Cubes: dei cubi realizzati in fibra di legno biodegradabile che possono essere usati nei vivai per la coltivazione in campo e in vaso «per il risparmio idrico e l’inverdimento sostenibile». «Agiscono da accumulatori d’acqua e migliorano qualsiasi tipo di terreno, aumentando la capacità di stoccaggio dell’acqua e prevenendo la compattazione», «abbassano il tasso di reiezione delle piantine e rendono la propagazione d’alberi più facile e sicura».

L.S.

Firmato a Myplant l’accordo quadro fra l’ente terzo Certiquality e l’Associazione Nazionale di Tutela del Marchio Vivaifiori, a cui hanno aderito Anve Difloal e Florveneto con 45 aziende, per l’avvio delle certificazioni. Il costo è di circa 300 euro l’anno. Roberto Magni «le più strutturate sono già pronte e alle piccole sarà dato il tempo di adeguarsi». Per Alberto Manzo «quando usciranno prodotti col marchio Vivaifiori ci sarà interesse da parte dei consumatori» ed eventuali marchi territoriali più circoscritti, magari legati a specifici prodotti florovivaistici, che si affianchino alla certificazione nazionale Vivaifiori, possono andare, «purché dietro ci siano persone che fanno le cose come si deve».


Un ulteriore, cruciale tassello per iniziare concretamente le certificazioni delle aziende che vorranno e potranno fregiarsi sul mercato del marchio Vivaifiori. Con i potenziali vantaggi competitivi associati alla garanzia del rispetto di un disciplinare per la qualità e sostenibilità del processo produttivo.
Mercoledì 20 febbraio alla Fiera di Milano, durante la prima giornata di Myplant & Garden – International Green Expo, il presidente dell’Associazione nazionale di tutela del marchio Vivaifiori Roberto Magni e Massimo Cacciotti, responsabile Lombardia di Certiquality, ente terzo specializzato nella certificazione dei sistemi di gestione aziendale per la qualità, l’ambiente e la sicurezza, hanno firmato l’accordo quadro di riferimento per la certificazione volontaria Vivaifiori, che è diventata operativa attraverso un percorso iniziato nel 2011 in seno al Piano di settore e all'attività del Tavolo di Filiera Florovivaistico del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo (Mipaaft), con il contributo progettuale anche di Ismea. L’intesa è stata siglata anche dalle tre organizzazioni di settore: Associazione nazionale vivaisti esportatori (Anve), Distretto florovivaistico alto lombardo (Difloal) e Florveneto, che hanno già raccolto la richiesta di certificazione di 45 fra le aziende ad esse associate. Erano presenti alla firma anche Isabella D’Adda, manager di Certiquality, e Alberto Manzo, responsabile del tavolo tecnico di filiera presso il Mipaaft.
A breve inizieranno quindi le verifiche (gli audit) di Certiquality su un campione delle aziende aderenti. La certificazione Vivaifiori è «composta da un disciplinare di qualità di processo produttivo e da un marchio registrato che viene rilasciato alle organizzazioni florovivaistiche di produttori del settore e alle aziende aderenti, dichiarate conformi» dall’ente terzo di certificazione. «Per gli aderenti – si legge - esistono vantaggi di tipo pratico ed economico. Il disciplinare è stato elaborato per renderlo paragonabile alle performance di altri sistemi di certificazione di processo già noti a livello europeo, mantenendo però la prerogativa di possedere requisiti di accessibilità adatti alla gran parte delle aziende italiane; quanto detto vale anche per i costi». E, come ci ha spiegato il presidente Magni, il costo di adesione per ciascuna azienda, al netto di qualche differenziazione in base a siti produttivi e gruppi omogenei di prodotti, si aggirerà attorno a 300 euro.
Ma in concreto quali saranno le conseguenze dell’adesione al marchio Vivaifiori per un’azienda? «Il cosiddetto audit in azienda – ci ha risposto Roberto Magni - comporta intanto una verifica documentale iniziale per verificare se l’azienda ha propriamente i requisiti di base per poter accedere alla certificazione. In secondo luogo, in base al disciplinare, ci sarà l’analisi abbastanza precisa sulla gestione dei processi di produzione e in particolare su determinati aspetti, come possono essere quelli legati alla sostenibilità ambientale, e soprattutto alla salvaguardia della normativa negli ambiti del rispetto della sicurezza e sul lavoro». Ma, pensando a come lavorano oggi le aziende florovivaistiche italiane, pur consapevoli del fatto che si tratta di generalizzazioni che nascondono profonde differenze fra azienda e azienda, saranno necessari cambiamenti produttivi? «E’ chiaro che oggi le aziende più strutturate, quindi molto più attente a determinati aspetti, rispondono quasi in maniera immediata e con estrema facilità all’accessibilità al marchio, non dovranno fare adattamenti. Le aziende meno strutturate potranno avere la necessità di adeguarsi su certi aspetti, ma avranno il tempo per farlo senza per questo essere escluse dalla certificazione, ovviamente andando a correggere gli elementi che non dovessero risultare conformi al disciplinare».
Ad Alberto Manzo, sentito al termine della conferenza stampa, abbiamo chiesto innanzi tutto che impatto potrebbe avere Vivaifiori sul settore florovivaistico. «Io sono sempre ottimista per natura – ha risposto - e dico che l’impatto sarà sicuramente positivo e da quello che mi hanno detto, oltre alle 45 aziende che hanno già sottoscritto, ce ne sono altre molto interessate. Diciamo che ci deve essere un effetto operativo sul mercato. Nel senso che quando si incominceranno a vedere dei prodotti col marchio Vivaifiori che caratterizzano la produzione italiana, che vanno nella grande distribuzione organizzata e nei circuiti commerciali e con questo marchio il consumatore riconosce un prodotto italiano, credo che l’interesse ci sarà. Ed è stato creato proprio a tal fine il marchio: per attrarre il consumatore e dirgli “guarda che questo è un prodotto nazionale”».
E per le aziende più piccole potrebbero esserci problemi nell’adeguamento al disciplinare?
«No, io non credo ci siano particolari problemi. Si devono adattare a delle regole che ha il disciplinare, che però le porteranno, ovviamente dopo un primo momento di abitudine e di acquisizione di diversi meccanismi nella produzione, ad alzare il livello, quindi si alzerà l’asticella in tutte le aziende. Questo non può che far bene al mercato e ai consumatori. Ricordando poi che Vivaifiori si allineerà ai vari marchi internazionali di qualità. Meglio di così credo che non si possa..»
...e poi le aziende saranno aiutate in questo percorso dalle associazioni di riferimento, Anve, Distretto florovivaistico Alto-lombardo, Florveneto ecc., vero?
«Assolutamente, perché le associazioni faranno un po’ da ombrello alle aziende. Però io credo che ci sarà uno spirito emulativo anche da parte di altre. Se veramente, come spero, e c’è un’attenzione da parte del Ministero, in particolare del sottosegretario Manzato, che vuole alzare il livello di questo settore. In aggiunta a un settore già affermato come quello agroalimentare».
Ultima domanda. Sulla base di questo avvio dopo tanti anni di Vivaifiori e del fatto che è stato accantonato il marchio Piante e fiori d’Italia in seguito alla chiusura dell’omonima associazione nazionale, e tenendo conto che in alcuni territori italiani si stanno muovendo, per esempio in Piemonte, con dei marchi di aree produttive florovivaistiche più circoscritte geograficamente, si può dire che si va verso uno scenario in cui Vivaifiori diventa il marchio nazionale di riferimento, a cui però magari alcuni territori potranno decidere di affiancare qualcosa di più specifico? E se è così, lo ritiene positivo?
«Secondo me sì. Certo un marchio nazionale è ovviamente un marchio distintivo. Però anche quelli di area, che possono andare anche all’estero, sono distintivi e caratterizzano, che so, dei distretti florovivaistici particolari, con delle produzioni specifiche. Va bene tutto. L’importante è che il consumatore sia informato. E che dietro ci sia un percorso virtuoso: delle persone che ci lavorano e che fanno le cose come si deve».

Per ulteriori informazioni: www.vivaifiori.com.

Lorenzo Sandiford

Il 16 febbraio a Firenze al convegno abbinato all’assemblea annuale di Aipv (Associazione italiana professionisti del verde) il presidente del distretto vivaistico di Pistoia Mati ha presentato 6 «piante d’arredo urbano» adatte alle mutate condizioni anche climatiche delle nostre città. Fra queste il Pyrus calleryana “Chanticleer”, il cui odore particolare è «solo a fine fioritura, per 2 giorni». Il presidente di Aipv Cipolla: «c’è un maggiore interesse per il verde soprattutto in ambito urbano, perché purtroppo siamo in una situazione critica. E’ arrivato il momento di riprogettare il verde». Il delegato toscano Aipv Borselli: «la presenza del distretto pistoiese è per noi un vantaggio, perché ha bisogno di professionisti che capiscano la qualità».

L’Acer campestre (tostello) “Elsrijk”, il Carpinus betulus (carpino bianco) “Pyramidalis”, il Corylus colurna (colurno o nocciolo di Costantinopoli), il Platanus (platano) Platanor® “Vallis Clausa”, il Pyrus calleryana (pero d’origine cinese o vietnamita) “Chanticleer” e l’Alnus cordata (ontano napoletano).
Sono le sei specie di alberi, in alcuni casi con l’indicazione anche della cultivar preferita, selezionate e illustrate come piante idonee all’arredo urbano da Francesco Mati, presidente del Distretto rurale vivaistico ornamentale di Pistoia, sabato 16 febbraio alla Certosa di Firenze al convegno abbinato all’assemblea nazionale dell’Associazione italiana professionisti del verde (Aipv), a cui è intervenuto anche Roberto Taddei del vivaio Borgioli Taddei con una relazione sull’impiego nei nostri giardini delle differenti specie di ortensie (hydrangee), arbusti adatti a contesti molto vari. Aipv è un’associazione nata due anni fa a Milano per rappresentare e valorizzare tutti gli operatori della filiera del verde («le persone fisiche e le aziende che, a vario titolo, si occupano professionalmente della realizzazione e cura del verde ornamentale e del paesaggio sia pubblico che privato») e che si sta allargando sul territorio nazionale attraverso una rete di delegazioni regionali (al 31 dicembre 2018 erano 159 fra soci ordinari e soci sostenitori). 



Francesco Mati, nel suo intervento intitolato “La qualità vivaistica delle piante e la scelta delle specie arboree rispetto alla resistenza ai cambiamenti climatici”, dopo avere spiegato alla platea di operatori - «al 70% manutentori e costruttori del verde» come ci ha detto il presidente di Aipv Cesare Cipolla - le caratteristiche che contraddistinguono i prodotti vivaistici di qualità, è passato a suggerire e illustrare alcune specie di alberi particolarmente indicate per le nostre città oggigiorno da vari punti di vista, quali l’adattabilità a condizioni difficili del suolo, la resistenza agli agenti patogeni e all’inquinamento, la facilità di potatura o reattività alla stessa e le punte di calore ormai altissime che si raggiungono nei centri urbani d’estate (a Firenze si possono raggiungere anche 48 gradi di calore, ha ricordato Mati). Le specie e/o cultivar su cui si è soffermato sono quelle citate sopra e fra queste spicca la presenza del Pyrus calleryana “Chanticleer”, che nei mesi scorsi è stato oggetto di animate polemiche a Firenze in relazione a certe sostituzioni di alberi perché ritenuto maleodorante. Ebbene, Mati ha difeso tale cultivar di pianta, ribadendo al termine dell’incontro a colui che scrive che tale odore «dura molto poco: a fine fioritura, un paio di giorni. E non è un odore così fastidioso». Ma, come ha ricordato Mati verso il termine della relazione, ci sono anche altre specie di piante molto interessanti per i contesti urbani delle varie aree d’Italia e un’ampia schedatura di queste si trova nello studio di Qualiviva promosso e coordinato dal tavolo tecnico sul florovivaismo del Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo (Mipaaft).
Infine, alla domanda del cronista se esistano piante più resistenti ai cicloni e tempeste di vento, Mati ha così risposto: «cicloni e i tornado si riescono a controllare con un’alberatura rinnovata. Cioè quando noi abbiamo nel verde pubblico piante messe a dimora nel ‘900, che hanno raggiunto 30/35 metri di altezza è logico che abbiano una leva estrema. Poi una città che ha una massa di verde sostanziosa, difficilmente ha dei fenomeni estremi di temporali, che si manifestano perché si caricano le particelle elettrostaticamente e si mescolano con l’umidità atmosferica dando luogo a dei temporali violenti. Nelle città dove la massa di vegetazione e alberature è molto fresca e in continua crescita questi fenomeni sono più rari e vanno a incidere in maniera assai inferiore sulla caduta delle alberature».
Il presidente di Aipv Cesare Cipolla ci ha detto che la sua associazione è aperta a tutte le figure professionali del verde e annovera fra i suoi soci, oltre a quel 70% di manutentori e costruttori del verde (fra cui rientrano i giardinieri), arboricoltori, dottori agronomi e forestali, vivaisti e pure architetti del paesaggio, grazie anche alla compatibilità con altre appartenenze professionali. «Per quanto ci riguarda - ha detto - il verde va seguito nell’intera filiera. All’interno della filiera c’è chi produce la pianta, chi la commercializza, che la mette a dimora, chi se ne prende cura, chi fa il progetto, chi lo realizza. Per cui non avrebbe senso un’associazione che vuole far riconoscere il professionista che si richiuda in se stessa soltanto sul manutentore. Anche perché dalla sinergia di queste diverse figure possono nascere sempre più opportunità». Per questo Aipv, ha spiegato Cipolla, oltre a sedere al tavolo tecnico del Mipaaft, vanta diverse collaborazioni: è consociato ad esempio con Anve (Associazione nazionale vivaisti esportatori), con Anafa (Associazione nazionale arboricoltori su fune), collabora con Vivaifiori, con Assoverde (Associazione italiana costruttori del verde)…» e partecipa a fiere quali Myplant & Garden (dal 20 al 22 febbraio a Milano).
Alla domanda se ritiene che stia crescendo l’attenzione dell’opinione pubblica e della politica per il verde, Cipolla ha risposto così: «c’è un maggiore interesse per il verde soprattutto in ambito urbano, perché purtroppo siamo in una situazione critica: da una parte i cambiamenti climatici e la mancanza di verde nelle città ci obbliga a intervenire in qualche modo per riempirle di verde perché ne abbiamo proprio bisogno. D’altra parte le nostre città hanno delle alberate ormai vetuste, che hanno più costi di manutenzione rispetto ai benefici che danno. Per cui è arrivato il momento di riprogettare il verde in città altrimenti ci troveremo nel giro di pochi anni a non averne più». E la manutenzione? «Va fatta in maniera razionale. Il problema è che negli ultimi 40 anni le manutenzioni sono state fatte con dei criteri errati, nel senso che erano votate al massimo ribasso, anche perché con il patto di stabilità i Comuni non avevano fondi …». Nascono da qui anche le famigerate capitozzature? «Le capitozzature hanno un costo minore nell’atto dell’intervento, però pregiudicano la vita degli alberi e ci costringono ad interventi sempre più ravvicinati. E’ un po’ come prendere i soldi a strozzo: è facile averli, poi venirne fuori è impossibile».
Al responsabile della delegazione regionale toscana di Aipv, Alessio Borselli, abbiamo chiesto fra l’altro se la sua attività nella nostra regione è agevolata o resa più difficile dalla presenza sul territorio del maggiore distretto vivaistico ornamentale d’Italia. «No, sarà sicuramente più facile secondo me, perché il Distretto vivaistico ornamentale di Pistoia ha bisogno di professionisti che capiscano il livello di qualità raggiunto, se no…». Quindi nessun tipo di concorrenza? «No, assolutamente».
 
Lorenzo Sandiford

Alla “Serata del vivaismo” dell’Associazione vivaisti italiani gli ultimi dati sull’export del distretto pistoiese (+2,1% nel 1° semestre del 2018, dopo un 2017 col picco di 235 milioni di euro) e sul suo ruolo nazionale. Pareri discordanti sull’aggregazione delle imprese vivaistiche; si confida nella continuazione del bonus verde. Illustrati alcuni trend del florovivaismo a livello internazionale. Ma il giorno dopo l’incontro, Cia Toscana Centro segnala le difficoltà di molti piccoli vivaisti del distretto, anche a seguito del caso Bruschi-Tesi che ha messo in crisi un centinaio di fornitori che vantano crediti per un totale di quasi 10 milioni di euro, e chiede il sostegno della Regione Toscana.

 
Dopo un 2017 in crescita con il raggiungimento del valore massimo di 235 milioni di euro, l’export del distretto vivaistico ornamentale di Pistoia sta continuando a crescere anche quest’anno: +2,1% nel primo semestre del 2018 rispetto al corrispondente periodo dell’anno scorso. Con una stima per l’intero anno corrente di 240 milioni di euro.
E’ quanto rivelato dal presidente della Cassa di risparmio di Pistoia e della Lucchesia Francesco Ciampi, economista dell’Università di Firenze, durante un convegno sulla situazione e le prospettive del vivaismo pistoiese tenutosi il 27 settembre a Pistoia, nel contesto della “Serata del vivaismo” organizzata dall’Associazione vivaisti italiani presieduta da Vannino Vannucci, in collaborazione con la Cassa di risparmio (vedi). Evento che si è chiuso con la premiazione di 6 florovivaisti eccellenti, fra i quali la presidente di Assofloro Lombardia Nada Forbici e il titolare di Rose Barni, Piero (vedi).
Come ha riportato Francesco Ciampi, il florovivaismo della provincia pistoiese è di gran lunga il primo d’Italia per estensione, con il 10,8% della superficie florovivaistica nazionale, seguito da quello di Pordenone, che si attesta a metà superficie di Pistoia. Mentre per quanto riguarda il numero di aziende, con il 6,9% sul totale nazionale il florovivaismo della provincia pistoiese è al secondo posto, superato da quello di Imperia (che raggiunge l’11% delle aziende florovivaistiche italiane). Un ruolo preminente dunque a livello nazionale. Del resto, come ha mostrato Ciampi con un diagramma a torta, è di assoluto rispetto anche il ruolo del nostro Paese a livello di Unione europea a 28: la nostra produzione florovivaistica nel 2017 è stata pari al 14% del totale europeo, collocandoci al 2° posto di poco davanti alla Francia (13%), ma superati dai Paesi Bassi, di gran lunga i leader con il 33% della produzione. L’indagine della Cassa di Risparmio di Pistoia è autorevole anche per il fatto che conta tra i propri clienti nel 2018 ben 659 aziende florovivaistiche (da 619 che erano nel 2011), cioè «all’incirca una su due ormai lavora con noi», come ha chiosato Ciampi. Il fatturato delle aziende clienti è salito da 380 milioni di euro del 2011 a 404 milioni del 2018, pari a circa l’80% del fatturato distrettuale. Infine, altro dato interessante, le dimensioni delle aziende vivaistiche clienti si attestano per il 68% al di sotto di mezzo milione di euro di fatturato, con solo il 2% delle imprese clienti contraddistinte da fatturati superiori ai 5 milioni di euro. Ciampi ha poi così riassunto le sfide del distretto vivaistico pistoiese: è necessario un salto di qualità nel rapporto banca-impresa, perché saranno indispensabili alle aziende investimenti rilevanti per attuare l’innovazione e restare competitive; molto importante anche l’evoluzione della cultura finanziaria, dalla capacità di elaborare piani credibili al controllo di gestione, così come l’apertura all’ingresso di nuovi soci e la trasparenza. Parola d’ordine decisiva, a suo avviso, l’aggregazione e la crescita dimensionale per raggiungere una massa critica tale da consentire alti livelli di investimento.
Di parere un po’ diverso su quest’ultimo punto il senatore Patrizio Giacomo La Pietra, membro della Commissione Agricoltura, che oltre a dare le notizie che la sua commissione ha preso in mano il piano di settore florovivaistico e sta per avviare le consultazioni allo scopo di elaborare un disegno di legge per il florovivaismo e che nella nuova Pac molto probabilmente all’Italia arriveranno finanziamenti ridotti del 22% (vedi), ha ribattuto in tono critico alla ricetta dell’aggregazione. «Le nostre aziende – ha detto – non hanno certe dimensioni e le regole devono essere tarate per la nostra realtà». 
Nada Forbici, fra i principali artefici dell’agevolazione fiscale introdotta nel 2018 per i lavori nei giardini privati, sollecitata da Floraviva sulla questione del piano di settore e sulle speranze di non vedere interrotta l’esperienza del bonus verde, ha detto che molti degli obiettivi del piano di settore del florovivaismo 2014-2016 «non sono stati realizzati perché comunque il Parlamento purtroppo non lo conosceva. Perché se coloro che devono legiferare su quelle che sono le linee guida di un tavolo tecnico, purtroppo, non vengono a conoscenza di queste linee guida da dove possono iniziare, non conoscendo neanche il settore?». Colpa di una scarsa comunicazione tra Mipaaf e Parlamento? «Sì, purtroppo il gap pare sia stato questo…». E riguardo al bonus verde? «stiamo chiedendo l’interlocuzione [parlamentare, ndr] perché con la legge di bilancio vorremmo rivedere di nuovo ripresentato il bonus verde per il 2019. Uno strumento sostanziale, lo abbiamo visto all’opera nel 2° semestre 2018, troppo breve il periodo per misurarlo, ma sicuramente già un incremento di lavoro gli imprenditori lo hanno verificato. Io e gli altri colleghi del mio settore confidiamo che effettivamente ci sia una lungimiranza, una visione, una buona logica da parte anche di questo nuovo Governo nel vedere e nel capire quanto è importante questo strumento».
Mentre Silvia Scaramuzzi (Università di Firenze), nella sua relazione sul tema “Le tendenze evolutive del mercato florovivaistico: quali strategie?”, dopo aver illustrato una serie di dati mondiali relativi alla produzione e agli scambi commerciali nei vari comparti del settore florovivaistico (in continua espansione), ha messo in luce alcune tendenze internazionali che sono in atto. Ad esempio, nel 2017 una crescita dei prezzi e dei fatturati delle piante in vaso (soprattutto piante fiorite perenni e piante verdi). Nel 2017-2018 si è affermato invece il “good mood” del verde e del bio. Inoltre, la forte crescita delle vendite online, soprattutto per i fiori, con Internet (motori di ricerca e social) come prima fonte di informazione per i consumatori da 20 a 60 anni. Nei canali offline conta sempre di più l’esperienza d’acquisto ad alto impatto emotivo, che incide per l’80% dei consumatori che entrano nei garden center, mentre negli altri punti vendita è essenziale la grafica, la disposizione sugli scaffali e la varietà dell’assortimento. Dopo aver elencato alcune delle preferenze d’acquisto del 2017-2018 (alberi ed arbusti da frutto ed ornamentali di piccola dimensione, piantine fiorite in vaso profumate, prodotti inusuali con tonalità pastello e sfumature verdi e nere e forme tozze e rotonde, piante perenni ed erbe aromatiche), Silvia Scaramuzzi ha detto che le tre filiere dominanti della prossima decade saranno la “specialistic” (servizio da esperienza speciale), la “big box” (prodotti economici) e “l’e-commerce”. Elemento centrale della strategia per il futuro? Una differenziazione del prodotto basata su identità e brand territoriali costruiti in maniera partecipata dagli attori del territorio.
Infine Vannino Vannucci, sentito al termine dell’evento, ha così commentato la situazione economica e i suggerimenti di Ciampi: «dal punto di vista economico ci sono dei buoni segnali, anche la banca ce li ha confermati, anche se non sono eccezionali. Però sono segnali positivi che bisogna salutare con piacere». Infine, riguardo alle strategie consigliate dalla banca ai vivaisti, Vannucci ha osservato «la Cassa di risparmio continua a invitarci a crescere e a proporre bilanci migliori, e ciò è senz’altro anche nell’interesse della banca, perché l’aiuta a individuare la salute delle aziende. Però è giusto che le aziende piccole non siano lasciate sole. A Pistoia c’è un distretto e una filiera che ancora funziona e che ci invidiano in tutto il mondo. Anche se non bisogna dormire sugli allori».
Ma di parere assai più negativo sulla situazione del distretto pistoiese è Cia – Agricoltori italiani “Toscana Centro (Firenze-Prato-Pistoia)”, che in un comunicato del 29 settembre ha dichiarato che molte delle aziende vivaistiche di Cia, per lo più medio-piccole, segnalano una fase critica del distretto ornamentale di Pistoia che stride con i dati positivi sull’export distrettuale presentati alla “Serata del vivaismo”. Per Cia la crisi creditizia conseguente alla vicenda giudiziaria Bruschi-Tesi, riguardante un centinaio di piccole e medie aziende vivaistiche per un totale di quasi 10 milioni di euro di crediti, si sta rivelando molto pesante e si sta ripercuotendo anche sugli ordini dei grandi ai piccoli, non limitandosi più alla questione della sfiducia fra gli operatori del distretto. «Evidentemente nella catena della filiera distrettuale c’è qualcosa che non va – si legge nel comunicato -. E’ diventato necessario e urgente un tavolo di crisi con tutte le istituzioni a cui sia presente anche la Regione Toscana».
 
L. S.
 
 

Dalle associazioni di categoria presenti alla tavola rotonda inaugurale di Flormart sulle prospettive del florovivaismo italiano la richiesta al Governo di rifinanziare l’agevolazione fiscale sulle aree verdi private e di considerare le piante come parte centrale della pianificazione territoriale. Proposta provocatoria di Scanavino (Cia): facciamo le mitigazioni ambientali prima delle costruzioni edili. Odorizzi (Coldiretti): il florovivaismo per competere deve capire meglio il mercato scegliendo le varietà giuste da lanciare, magari partendo da quelle locali. Mattioli (Confartigianato Imprese del Verde): in Italia le vere ditte di manutenzione del verde o giardinieri sono 19 mila, assai meno di chi opera nel comparto, il bonus verde ha dato spazio ai regolari. 

 
Cia, Coldiretti, Confagricoltura e Confartigianato Imprese del Verde sono unite nel rivendicare l’importanza socio-economica del florovivaismo e di tutta la filiera green e chiedono al Governo di insistere sul cosiddetto bonus verde: la detrazione fiscale introdotta quest’anno delle spese per la sistemazione di aree verdi private (dai giardini ai balconi) effettuate nel 2018 da professionisti in regola, analogamente a quanto succede da tempo per altri tipi di lavori nelle case.
E’ quanto emerso con evidenza al convegno-tavola rotonda “Le nuove prospettive nazionali e internazionali del florovivaismo italiano oggi - Il contributo dell'Italia all'Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile” con cui è stato inaugurato il 19 settembre il 69° Flormart, il salone professionale del florovivaismo dell’architettura del paesaggio e delle infrastrutture verdi di Padova. Un messaggio rivolto al Mipaaft (Ministero delle politiche agricole alimentari forestali e del turismo) e più in generale a tutto il Governo.
Prima della tavola rotonda vera e propria c’erano stati il saluto del presidente di Fiera di Padova / Geo spa Andrea Olivi, l’intervento introduttivo del direttore Ricerca e gestioni agroforestali di Veneto Agricoltura Giustino Mezzalira e due relazioni del responsabile del tavolo tecnico del settore florovivaismo del Mipaaft Alberto Manzo e del docente di arboricoltura nonché presidente della Scuola agraria dell’Università di Firenze Francesco Ferrini. Mezzalira ha fra l’altro sottolineato che oggi non esiste più la distinzione netta fra città e campagna e che la progettazione del verde deve essere olistica e non di contorno, cioè progettare vere e proprie infrastrutture verdi. Inoltre ha ricordato che circa il 30% della superficie agricola a vivaio europea è in Italia e che la filiera florovivaistica italiana genera un giro d’affari intorno a 2,6 miliardi.
Anche Alberto Manzo ha fornito alcuni dati del settore, ad esempio che la sua plv (produzione lorda vendibile) sta crescendo dall’ultima stima del 5% al 7% di quella agricola totale. Poi ha segnalato che il tavolo tecnico, creato con decreto ministeriale 18353 del 14 dicembre 2012, sta per essere aggiornato secondo le direttive del nuovo Governo e che il piano di settore triennale è scaduto nel 2016 e deve essere riproposto. Manzo ha illustrato alcuni dei progetti portati avanti sinora, fra cui il “Progetto Qualiviva” sulla qualità «attraverso l’utilizzo e la divulgazione delle schede varietali e di un capitolato unico di appalto per le opere a verde», e ha messo in evidenza che gran parte delle linee di azione del precedente piano di settore sono ancora attuali, sebbene siano già pronti i ritocchi ad alcuni degli obiettivi, ad esempio a proposito di progettazione del verde.    
In una relazione intitolata “Al di là del cancello del vivaio: il contributo del vivaismo al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” il prof. Francesco Ferrini ha prima sostenuto che il vivaio è ancora troppo separato dal resto della filiera del verde, con cui invece deve imparare a comunicare, diventando di fatto «il primo momento della progettazione di verde pubblico e privato». Inoltre ha sostenuto che il settore florovivaistico può dare un contributo notevole in ben 8 degli obiettivi dell’Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile: 3 buona salute e benessere, 4 educazione alla qualità, 5 acque pulite, 9 innovazione e infrastrutture, 10 riduzione delle disuguaglianze, 11 città e comunità sostenibili, 13 clima, 16 pace, giustizia e solide istituzioni. Ferrini li ha illustrati uno per uno mostrando con dati alla mano i tipi di benefici che possono derivare da aree verdi ben progettate con le piante adatte ai contesti e agli scopi prefissati. Tra i molti dati presentati, un grafico che mostra chiaramente quanto diminuiscano le morti per problemi cardiaci all’aumentare della percentuale di aree verdi delle città.
Al di là della condivisa richiesta di rifinanziare il bonus verde, i relatori della tavola rotonda hanno messo a fuoco alcune criticità del settore e suggerito alcuni cambiamenti nelle politiche riguardanti la filiera florovivaistica. Il presidente di Cia – Agricoltori italiani, Dino Scanavino, ha detto che il florovivaismo «è ai margini della comunicazione del settore agricolo» ed è sottostimato l’apporto che esso dà alla buona organizzazione del paesaggio e dei sistemi urbani. «Oggi anche nelle realtà rurali – ha detto Scanavino – la maggior parte della popolazione non è agricola e quindi ha necessità di parchi urbani più o meno come nelle grandi città. Quindi il tema dell’incrocio fra florovivaismo e programmazione urbanistica è un tema vero, non sufficientemente praticato». Scanavino ha avanzato una proposta provocatoria: bisogna che le opere di mitigazione ambientale connesse alle opere edilizie vengano fatte prima dell’avvio dei cantieri edili, per lanciare un messaggio sulla loro importanza. «Noi agricoltori – ha concluso – vogliamo essere protagonisti dei percorsi di riqualificazione del territorio e del paesaggio», per il bene anche del turismo.
Pier Andrea Odorizzi di Coldiretti, dopo aver osservato che «oggi il bosco entra in città e persino dentro le case», ha sostenuto che il florovivaismo per competere deve «dialogare meglio con la ricerca e capire meglio il mercato scegliendo le varietà giuste da lanciare, magari partendo da quelle locali». «Nel cibo – ha aggiunto – possiamo contare un po’ sul consumo interno, e anche per le piante orticole e da frutto, ma per le piante ornamentali, forse ci siamo fissati su uno schema» che non funziona più. «Dobbiamo ripartire – ha sostenuto Odorizzi - da un modello di città intelligente», con un verde non solo decorativo ma capace di interagire con il contesto urbano e con le caratteristiche botaniche idonee. Infine, tra i difetti delle attuali politiche florovivaistiche, Odorizzi ha indicato la presenza nel piano di settore di tante cose, troppe: «dobbiamo dare delle priorità». Ad esempio, certificazioni genetiche sulle piante che esportiamo, tali da garantire che non sono malate.
Ultimo a intervenire, dopo la relazione del responsabile “florovivaismo” di Confagricoltura Francesco Mati (su cui abbiamo già scritto qua), è stato Christian Mattioli, presidente nazionale di Confartigianato Imprese del Verde. Per Mattioli uno dei problemi in Italia è che «ci sono capitolati a verde fatti a prova di laureato, ma poi spesso l’applicazione non c’è perché mancano le verifiche». Così succede che spesso vediamo alberi e piante inadatti ai luoghi in cui sono collocati. «Negli ultimi 30 anni il sistema florovivaistico e della manutenzione e progettazione del verde – ha detto Mattioli – si è modificato molto ma è sempre stato disorganizzato. Oggi invece siamo tutti seduti insieme». Grazie a ciò e al contributo di Alberto Manzo siamo così riusciti a «ottenere il requisito delle ore minime di formazione in giardinaggio» per diventare manutentore del verde. Infine, sul bonus verde, Mattioli ha affermato: «sta funzionando, cerchiamo di rifinanziarlo per il prossimo triennio». Come ha argomentato, «non si tratta semplicemente della richiesta di una lobby di settore, ma è una questione di lavori fatti a norma e in sicurezza, con lavoratori tutelati: aziende con partita Iva ma pure competenze verificate». E, per dare concretezza all’argomentazione, ha ricordato che oggi in Italia sono 19 mila le ditte per la manutenzione del verde ufficiali (codice Ateco 81.30), di cui circa 6 mila rappresentate da Confartigianato. Numero troppo piccolo, 19 mila, ha detto, perché ad operare in questo comparto sono anche aziende di pulizie, edilizia e addirittura legno-mobili, senza dimenticare l’esercito dei sommersi.
 
Lorenzo Sandiford