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Nel Rapporto 2017 Ismea-Qualivita sulle Dop e Igp i record e gli effetti economici del made in Italy agroalimentare certificato. Ma in due incontri all’Accademia dei Georgofili i riflettori sulle evoluzioni delle IG e su nuove vie per la valorizzazione: menzioni territoriali più circoscritte per i vini, il “prodotto di montagna”, i “distretti del cibo”, la caratterizzazione nutraceutica.
Il “Rapporto 2017 Ismea-Qualivita sulle produzioni agroalimentari e vitivinicole italiane Dop, Igp e Stg”, presentato due settimane fa, ha ribadito con chiarezza il ruolo del sistema delle indicazioni geografiche (IG), in cui l’Italia ha il primato mondiale con 818 riconoscimenti e la Toscana il primo posto nazionale con 91, quale efficacissimo mezzo di valorizzazione dei nostri prodotti enogastronomici. Ma non ci si può cullare sugli allori, perché altri Paesi stanno puntando su approcci più mirati e innovativi entro quel sistema, e perché si stanno sviluppando nuove vie e strumenti per la valorizzazione agroalimentare del made in Italy, anche al di fuori dell’universo IG.
Questo almeno è il quadro della situazione emerso nei due incontri organizzati nei giorni scorsi dall’Accademia dei Georgofili di Firenze: nel quarto appuntamento del progetto “I territori della Toscana e i loro prodotti” (25 gennaio), con riferimento in particolare alle relazioni del consigliere regionale Marco Niccolai (che si è soffermato sui distretti del cibo), del docente di Economia agraria dell’Università di Firenze Giovanni Belletti (La valorizzazione collettiva dei prodotti tipici: opportunità e problematiche) e della direttrice del Centro Nutrafood - Nutraceutica e alimentazione per la salute dell’Università di Pisa Manuela Giovannetti (Caratterizzazione salutistica dei prodotti tipici per la loro valorizzazione); e nell’incontro sul tema “Denominazioni, cultura territoriale e qualità dei vini italiani” con lo storico Zeffiro Ciuffoletti, che ha introdotto l’argomento, Bernardo Conticelli (Uno sguardo alla Francia e all’Europa) e Piero Tesi per le considerazioni finali (31 gennaio).
Il dato del Rapporto 2017 Ismea-Qualivita che riassume meglio l’efficacia del sistema Dop e Igp, come messo in evidenza sul Sole 24 Ore del 23 gennaio 2018, è il +140% dell’export di questi prodotti certificati nei dieci anni dal 2007 al 2017, un tasso di crescita molto più alto rispetto al già ottimo risultato delle esportazioni agroalimentari complessive (sulle quali proprio recentemente il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina ha annunciato che nei primi 11 mesi del 2017 si è arrivati a quota 37,6 miliardi di euro, +7% sul 2016). Ma ecco una sintesi del Rapporto Ismea sull’universo IG: «il comparto esprime i risultati più alti di sempre anche sui valori produttivi, con 14,8 miliardi di valore alla produzione, e 8,4 miliardi di valore all'export. Dati che testimoniano una crescita del +6% su base annua e un aumento dei consumi nella gdo del +5,6% per le vendite Food a peso fisso e del +1,8% per il Vino. Il settore Food, che nel 2016 conta 83.695 operatori (+5% sul 2015), vale 6,6 miliardi di euro alla produzione e 13,6 miliardi al consumo, con una crescita del +3% sul 2015, con l'export che continua a crescere (+4,4%) e un trend che nella Grande Distribuzione supera il +5,6% per il secondo anno consecutivo. Il comparto Wine - oltre 3 miliardi di bottiglie - vale 8,2 miliardi di euro alla produzione con una crescita del +7,8% e sfiora i 5 miliardi di valore all'export (+6,2%)». Questi risultati, ha dichiarato il direttore generale di Ismea Raffaele Borriello, «confermano il successo di un modello produttivo tipicamente italiano che fa perno sulla qualità, sulla distintività e sulla valorizzazione dei prodotti tipici e dei saperi locali. L'apprezzamento sui mercati esteri, principale volano di sviluppo nel nostro sistema delle Indicazioni Geografiche, cresce a ritmo esponenziale». (vedi Ismea)
Come ha sottolineato Giovanni Belletti il 25 gennaio all’Accademia dei Georgofili, spiegando a Floraviva il “circolo virtuoso della valorizzazione”, «le indicazioni geografiche e gli strumenti di identificazione della qualità collettivi sono molto importanti, perché sono un elemento di condivisione di regole: dietro una indicazione geografica o una Dop o un marchio collettivo geografico c’è un sistema di regole che i produttori condividono, il quale è importante per evitare forme di concorrenza non corretta e far sì che tutti seguano le metodiche tradizionali o comunque concordate. Sono ovviamente fondamentali anche per i consumatori, che si devono sentire garantiti dal segno di qualità: non c’è un segno di qualità efficace se non c’è una garanzia della rispondenza del prodotto alle regole». Belletti si è poi soffermato su due novità per l’Italia in materia di valorizzazione agroalimentare: il marchio “prodotto di montagna” e i “distretti del cibo”. In particolare sul primo ha detto che «è una forma di etichetta che è stata istituita dall’Unione europea ormai da qualche anno, ma che in Italia è diventata operativa dall’anno scorso. Questa dizione può essere utilizzata dai produttori che garantiscano attraverso un sistema interno di tracciabilità la provenienza delle materie prime da un’area classificata come montana secondo le normative europee. E’ una menzione aggiuntiva di qualità, non va confusa con Dop o Igp, ma può accompagnare un marchio territoriale». Ma avrà un valore aggiunto? «Sì – ha risposto Belletti - perché è stato dimostrato da studi dell’Unione europea, prima di procedere all’istituzione del marchio, che il consumatore europeo (e anche quello italiano) riconosce un di più ai prodotti di montagna, che sono percepiti come più sani, più autentici e per questo ne è stato regolato l’uso e non può essere più usata tale dizione al di fuori dello schema comunitario». Come ha twittato il ministro Martina il 2 febbraio scorso, il marchio “prodotto di montagna” sarà lanciato entro la fine del mese.
Riguardo ai distretti del cibo, Belletti ha ricordato che «il distretto del cibo è una nuova forma di organizzazione territoriale promossa recentemente attraverso disposizioni nazionali, che si accompagna a quella dei distretti rurali e dei distretti agroalimentari di qualità, che però sposta di più l’attenzione dal tema della produzione in quanto tale al tema del funzionamento del sistema agroalimentare locale». Sui distretti del cibo Marco Niccolai ha detto che sono «il riconoscimento di un’esperienza che in Toscana c’è già: quella dei distretti rurali» e che «l’intervento del Governo è importante perché riconosce il distretto come capacità dell’insieme di un settore, sia la produzione sia la trasformazione, di fare rete, e riconosce anche un finanziamento». Di quanto si tratta? Come è spiegato nel comunicato del Ministero delle politiche agricole (Mipaaf) del 22 gennaio sono «5 milioni di euro per il 2018 e 10 milioni di euro a decorrere dal 2019». Il Mipaaf ricorda che «il riconoscimento dei Distretti viene affidato alle Regioni e alle Province autonome che provvedono a comunicarlo al Mipaaf presso il quale è istituito il Registro nazionale dei Distretti del Cibo, disponibile sul sito del Ministero».
Un’ulteriore forma di valorizzazione aggiuntiva dei prodotti agroalimentari, che fuoriesce dai confini delle IG, è la caratterizzazione dei loro valori nutraceutici, come ha spiegato sempre il 25 gennaio presso i Georgofili Manuela Giovannetti, docente di Microbiologia agraria e alimentare, oltre che direttore del Centro interdipartimentale “Nutrafood” dell’Università di Pisa.
Manuela Giovannetti ha illustrato in che cosa consiste la nutraceutica (che studia le sostanze con effetti benefici sulla salute) e quale può essere il suo valore aggiunto nella promozione dei prodotti tipici, esaminando in particolare il caso del mirtillo della montagna pistoiese e poi lanciando la proposta di fare una caratterizzazione nutraceutica del fagiolo di Sorana, di cui «non sappiamo il valore antiossidante né il contenuto di polifenoli» (vedi nostro articolo).
Il 31 gennaio, invece, nell’affrontare le denominazioni di origine e la qualità dei vini in Italia e nel resto d’Europa, a cominciare da Francia e Spagna, i relatori invitati dall’Accademia dei Georgofili hanno perorato la causa di ancorare sempre di più i nostri vini certificati, come ha detto Piero Tesi, a «indicazioni territoriali specifiche in funzione dell’ambiente di produzione, fino ad arrivare alla denominazione aziendale». «Viviamo un mercato del vino in continua evoluzione – ha detto il prof. Zeffiro Ciuffoletti -, noi siamo ormai diventati da esattamente 10 anni i maggiori produttori del mondo come esportatori, però nello stesso tempo abbiamo un ritorno monetario sul vino che vendiamo all’estero inferiore a quello della Francia. Qual è il problema? Il problema è che i vini francesi vengono pagati di più». «Il motivo, detto in soldoni, - ha aggiunto Ciuffoletti - è che sono più conosciuti. A volte però questo non è soltanto legato alla qualità, ma al fatto che la Francia è stata capace di consolidare nel tempo le sue posizioni sui mercati mondiali, e anche a una definizione migliore dei vini francesi, che sono sempre di più a taglia stretta, con zone di produzione ben circoscritte e differenziate. E la stessa strada la stanno prendendo gli spagnoli».
La quantificazione di questo gap competitivo fra Italia e Francia l’ha fornita al cronista di Floraviva Bernardo Conticelli al termine dell’incontro: «sull’imbottigliato secco mi sembra che siamo sui 3 euro e 20 l’Italia e sui 5,30 la Francia; mentre sulle bollicine siamo a 3 euro e qualcosa l’Italia e 18,50 euro la Francia con lo Champagne». Una differenza di prezzo che, almeno escludendo le bollicine, non rispecchia una differenza di qualità, per Conticelli, che afferma: «sulla fascia dei vini di prezzo medio l’Italia è nettamente superiore in qualità alla Francia» e la differenza di prezzo fra vini francesi e italiani dipende dal «valore aggiunto che la Francia riesce a trasmettere». Evidentemente i francesi si muovono meglio sul mercato e anche nelle politiche relative alle denominazioni di origine. «La Francia nel 2008 quando c’è stato a livello europeo il passaggio del vino alle denominazioni di origine Dop e Igp – ha spiegato Conticelli - aveva un numero di denominazioni più o meno simile al nostro, ma l’ha rivisto completamente, per cui è scesa da oltre 400 Aoc (che sono le nostre doc e docg) a 377 e soprattutto sulle Igt ha fatto un grandissimo lavoro di rielaborazione (alcune sono state eliminate, alcune sono state raggruppate) per cui si è passati da 150 a 75 Igt (che sono poi chiamate Igp in Francia). Sempre di più i consumatori sui mercati internazionali, almeno i consumatori un pochino più avanzati, ricercano il fascino della provenienza, dell’origine del vino nel dettaglio più grande possibile». Cosa dovremmo fare in Italia per cogliere questo trend e circoscrivere gli ambiti territoriali sull’esempio francese? «Gli strumenti sono tanti – ha risposto Conticelli - e chiaramente sono in seno ai consorzi di tutela […] Ad esempio il Chianti classico potrebbe rimandare a menzioni territoriali quali possono essere i Comuni principali del territorio (Panzano, Greve, Castellina in Chianti, ecc.) che hanno oggettivamente delle differenziazioni nelle tipologie di vino prodotto». Dunque delle menzioni geografiche aggiuntive che finiscano in etichetta e riportino il consumatore a determinate zone, «ovviamente zone di maggior prestigio».
Lorenzo Sandiford
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La Confederazione italiana agricoltori ha celebrato il 40° anniversario della nascita all’Accademia dei Georgofili di Firenze con un incontro sul presente e le prospettive dell’agricoltura. Per Dino Scanavino va agevolato l’urgente ricambio generazionale slegando l’imprenditorialità agricola all’acquisto di terre e aprendo le porte a un’agricoltura multietnica. Luca Brunelli spera che l’innovazione renda più ecosostenibili le coltivazioni e dice che la globalizzazione richiede un’immagine unitaria dell’economia Toscana. Per il prof. Piccarolo l’elemento chiave è l’innovazione, dalla microirrigazione al “genome editing” (che non significa ogm). Il prof. Boatto suggerisce di calcolare il costo ad ettaro del rispetto delle normative dell’Ue, a cui chiede fondi per tutelarsi dal cambiamento climatico. Per Giordano Pascucci le sfide sono clima ed export, e va promosso un paniere dei prodotti toscani. Anche Sandro Orlandini si sofferma sugli effetti del clima, oltre a suggerire una più chiara distinzione nei contributi fra le aziende agricole professionali e quelle con un ruolo di mero presidio, entrambe indispensabili.
Una Sau (superficie agricola utilizzata) molto diminuita, ma anche una produzione media ad ettaro assai accresciuta; una superficie irrigata pari al 22% che vale il 42% della produzione complessiva, ma solo il 16% di essa tramite l’efficiente irrigazione a goccia; un parco macchine con un’età media di 25/30 anni e un troppo lento ricambio dei mezzi, con ad esempio solo 18 mila immatricolazioni di trattori all’anno; una bassa percentuale, intorno al 5/6%, di imprese agricole con titolari under 35; un reddito per unità di lavoro pari a 27 mila euro all’anno, contro i quasi 68 mila euro dell’Olanda; contributi comunitari alla produzione pari al 16% del valore aggiunto lordo, contro il 49% della Germania e il 40% del Regno Unito e una media Ue del 32,6%; un’alta incidenza fiscale (benché inferiore a quella della Francia) pari a imposte alla produzione al 4% del valore aggiunto, contro una media Ue del 3,3%. Ma poi anche il fortissimo export agroalimentare, che ci colloca nella top 10 mondiale; e i primati in Europa nell’agricoltura biologica (con circa 60 mila produttori bio italiani) e nei prodotti alimentari a denominazione di origine.
Sono alcune delle tessere del complesso puzzle dell’agricoltura italiana messe in luce all’incontro con cui l’11 dicembre scorso, a Firenze, nella prestigiosa sede dell’Accademia dei Georgofili, la Confederazione italiana agricoltori ha celebrato, con leggero anticipo, il quarantennale della propria nascita, avvenuta il 20 dicembre 1977. Un anniversario in cui sono stati sottolineati i grandi cambiamenti avvenuti nel settore primario rispetto a 40 anni fa, a cominciare dal fatto che l’agricoltura italiana ha perso in tale arco di tempo il 33% della Sau (e la Toscana addirittura il 40%); e durante il quale è stato evidenziato che ci troviamo in un periodo contraddistinto da uno stridente paradosso, come ha osservato il presidente di Cia Toscana Luca Brunelli: «allora il contadino era visto come l’ultimo nella scala sociale, praticamente emarginato. Oggi essere agricoltore è di tendenza […]. Ma a questo status non corrisponde un valore economico adeguato», e mentre prima, pur snobbato, aveva i mezzi per garantire un futuro migliore ai propri figli, adesso fa spesso fatica ad andare avanti.
Tutte le relazioni dell’incontro non si sono limitate, però, all’analisi della situazione passata e presente, cercando piuttosto di gettare uno sguardo sul futuro e di interrogarsi su come si evolverà l’agricoltura. Floraviva ha sentito al termine dell’incontro ciascuno degli esponenti di Cia Agricoltori Italiani che hanno preso la parola, oltre al presidente di Cia Agricoltori Italiani del nostro territorio provinciale, e i due docenti universitari intervenuti su quest’ultimo aspetto. La domanda è stata per tutti la stessa: quali saranno i principali cambiamenti dell’agricoltura in futuro (due o tre al massimo), fra quelli trattati nelle loro relazioni, e come impatteranno in particolare sull’agricoltura toscana?
Il presidente di Cia Toscana Luca Brunelli, che aveva aperto i lavori, ha risposto dicendo che abbiamo davanti innanzi tutto il rischio di un tipo di agricoltura «in cui gli agricoltori non saranno protagonisti o addirittura saranno messi in discussione [e] la permanenza di un’imprenditoria agricola potrebbe essere sostituita totalmente da una realtà imprenditoriale più elevata dove l’agricoltore sarà solo colui che mette la mano d’opera e il cervello sarà in un centro diverso e quindi distaccato da quelle che sono le vere esigenze del territorio rurale». «L’agricoltura che mi aspetto dal punto di vista dell’innovazione – ha aggiunto Brunelli - sarà un’agricoltura che terrà il passo dell’innovazione tecnologica che abbiamo oggi. Fino a ieri parlare di droni o di agricoltura intelligente era una cosa distante dai nostri agricoltori. Oggi molti agricoltori anche in Toscana, grazie ad apposite misure, stanno ragionando su agricoltura di qualità, da una parte, ma soprattutto di agricoltura di precisione e del raggiungimento di indici di sostenibilità più elevati proprio utilizzando questi nuovi tipi di tecnologie». E ciò sarà utile anche a diffondere ulteriormente la sostenibilità delle coltivazioni e a «superare elementi di criticità dal punto di vista fitosanitario con nuovi approcci». Però, ha rimarcato Brunelli, «noi abbiamo bisogno che l’agricoltura, oltre a questo sviluppo tecnico, realizzi uno sviluppo commerciale che la renda protagonista nella globalizzazione», perché «dalla globalizzazione non si torna indietro» e i nostri agricoltori devono imparare a muoversi meglio in tale contesto, sapendo che «il mondo ha sempre più bisogno di cibo e l’agricoltura sarà ciò che garantisce questo bisogno e trarrà da questo ruolo il proprio reddito». Le innovazioni avvantaggeranno o penalizzeranno l’agricoltura toscana rispetto ad altre aree? «Gioveranno se avremo l’intelligenza di mantenere un equilibrio nel rapporto con la nostra tipicità» e nello sposare «la nostra specializzazione nel produrre prodotti di qualità elevatissima con un processo innovativo nelle idee», e se sapremo promuoverla presentando l’immagine di «una Toscana unita, in tutte le sue categorie produttive»: dall’agricoltura all’industria fino ai singoli professionisti, «questa è la sfida».
Pietro Piccarolo, professore dell’Università di Torino nonché vicepresidente dell’Accademia dei Georgofili, che aveva parlato di “Evoluzione dei processi produttivi e innovazione nell’agricoltura e nell’agroindustria”, ha risposto che «l’elemento fondamentale è l’innovazione […] in tutti i settori che fanno crescere la produzione: innovazione nella genetica con i nuovi sistemi di miglioramento genetico; innovazione nei sistemi colturali, con l’agricoltura di precisione, e l’agricoltura biologica; e soprattutto innovazione di quelli che sono gli strumenti che vengono impiegati in agricoltura e qui mi riferisco in particolare alla meccanizzazione e ai sistemi di irrigazione. La micro-irrigazione è ancora poco praticata nel nostro territorio, ma l’acqua diventerà un elemento sempre più scarseggiante e quindi è importante pensare a nuovi sistemi di irrigazione che facciano riferimento alla micro-irrigazione che ha la massima efficienza idrica». E che cosa si aspetta sul fronte genetico? «Io penso che il cosiddetto “genome editing” possa veramente dare dei grandi risultati e mi auguro che su questo aspetto non si crei un conflitto ideologico fra chi è a favore e chi è contrario, perché in questo caso si tratta di accelerare in modo esponenziale quelli che sono i processi di miglioramento genetico che con tanta selezione avvengono in modo naturale». Di che si tratta? «Oggi si conosce la sequenza genomica delle principali colture di interesse agrario. Si conosce il genoma del frumento, del riso, del mais, della patata, della vite, del melo, del carciofo. E questo è molto importante. La conoscenza di questi genomi consente di fare interventi precisi per portare un determinato miglioramento, che può essere la resistenza allo stress idrico oppure la resistenza a uno stress biotico come un certo attacco parassitario. E questo mi auguro non venga ostacolato. Mi sembra che si siano fatti dei passi in avanti rispetto alle posizioni sugli organismi transgenici, cioè gli ogm. Qui ci troviamo di fronte a tutto un altro discorso perché sono dei processi che avvengono anche in natura però in tempi molto lunghi, quindi non ci sono pericoli». Per lui, infine, le innovazioni ci «avvantaggiano, perché noi abbiamo anche dei tipi di produzione (mi riferisco alle colture orticole e alle colture di nicchia) sulle quali abbiamo delle eccellenze e grazie a queste tecniche possiamo ancor più esaltarle e renderle più produttive».
Il prof. Vasco Boatto (Università di Padova), che era intervenuto con una relazione sul tema “Lo sviluppo dell’agricoltura italiana tra vecchie e nuove sfide”, ha così risposto a Floraviva: «la nostra agricoltura si trova di fronte a una fase un po’ delicata. Molte cose positive sono state ottenute e una di queste, importantissima, è la dimensione del nostro made in Italy, il riconoscimento e quindi la forza dell’agroalimentare italiano, che è ricercato. […] siamo in questo momento al centro dell’interesse dei mercati soprattutto dei mercati più ricchi, ma anche dei mercati emergenti come può essere la Cina. Tuttavia la nostra agricoltura ha degli elementi di sofferenza. Sofferenze che sono legate al sistema Paese, che rende più costoso fare agricoltura in Italia rispetto a tanti altri Paesi, soprattutto europei; rende più difficile fare innovazione, che oggi è fondamentale per stare sul mercato ed essere competitivi; e ci sono anche delle difficoltà ambientali, cioè il fatto che abbiamo un clima che negli ultimi anni non ci sta favorendo e che richiede degli interventi molto importanti, rispetto ai quali è necessario un apporto della Comunità europea. La soluzione al problema del cambiamento climatico deve essere al centro degli interessi più generali della Comunità europea». «Su questi temi - ha proseguito Boatto - così come su quelli legati alla variabilità dei mercati, cioè alle oscillazioni dei prezzi e le incertezze, che sono forse una delle cause che tengono lontani i giovani, che non vogliono rischiare senza prospettiva, la politica deve dare delle risposte. […] E sarà importantissimo il passaggio che faremo con la nuova programmazione, la Pac», che dovrà «contribuire ad attenuare questi problemi». Più nello specifico, Boatto ha ricordato che «abbiamo una fiscalità che ci penalizza rispetto, per esempio, alla Germania (tre punti in più di fiscalità); sulla Pac siamo contribuenti netti (diamo più soldi di quanti ne riceviamo) e riceviamo oltre il 10% di contribuzione in meno rispetto ai francesi e ai tedeschi». In altri termini, riceviamo meno di altri Paesi e quanto ricevuto è minore di quanto spendiamo. Boatto ha infine segnalato che in Germania «hanno fatto il conto di quanto costa all’agricoltore rispettare gli obblighi dovuti alle famose esternalità», cioè al rispetto delle normative ambientali, sul benessere animale, la sicurezza alimentare ecc.: «il costo è di 262 euro ad ettaro», e quindi l’agricoltore tedesco riceve mediamente poco di più di quanto ottiene con i contributi Ue sul primo pilastro della Pac. E con la probabile riduzione delle risorse nella prossima Pac il rischio è che il contributo diventi minore di tali costi. «Io non vedo attenzione per questo aspetto – ha detto Boatto -. I tedeschi hanno fatto i calcoli riferiti alle loro realtà, suggerisco di fare altrettanto da noi e sto cercando di convincere dei colleghi a farlo».
Al presidente nazionale di Cia, Dino Scanavino, erano affidate le conclusioni, nelle quali ha spiegato quanto sia doveroso «nel cambiamento innovare la rappresentanza agricola», favorire il ricambio generazionale slegando l’esercizio dell’attività imprenditoriale agricola al possesso di terreni, «perché oggi, per un giovane, acquistare la terra, un mandria o un parco macchine, non è oggettivamente possibile», e migliorare il trasferimento della conoscenza «dalle università e dai centri di ricerca agli agricoltori ». A Floraviva Scanavino ha poi ribadito che «il tema della rappresentanza degli agricoltori e dell’agricoltura è legato allo sviluppo dell’agricoltura e alle ipotesi che noi possiamo fare sul suo futuro [e] che l’agricoltura ha un grande futuro perché è alla base dell’alimentazione delle persone, ma anche della tenuta ambientale, idrogeologica e paesaggistica. Il paesaggio [è] disegnato quotidianamente dagli agricoltori, quindi deve passare dalla rappresentanza dell’agricoltura tout court alla rappresentanza degli agricoltori, del loro saper fare, del loro ruolo all’interno della società. Un’agricoltura sostenibile, un’agricoltura innovativa, un’agricoltura fatta da agricoltori non da capitali. Questo è un altro degli elementi che noi crediamo debba continuare ad esistere ed essere fortemente radicato affinché l’agricoltura sia una attività che dà reddito ma che è di servizio ai cittadini, altrimenti si scaverebbe un fosso fra gli utilizzatori dei prodotti dell’agricoltura e i produttori». «Purtroppo – ha aggiunto Scanavino - le dinamiche che siamo costretti a registrare ci dicono che gli agricoltori invecchiano, che i titolari di impresa agricola under 35 sono circa il 5/6% degli agricoltori in Italia, troppo pochi. Noi abbiamo bisogno di ringiovanire l’agricoltura, secondo me in due modi: mettendo in piedi dei sistemi di incentivo a sostituire gli anziani agricoltori che andranno in pensione attraverso forme che consentano ai giovani agricoltori di fare impresa senza dover acquistare la terra, che è un bene troppo caro; e poi c’è l’altro aspetto, dei nuovi cittadini italiani che sono giovani, che lavorano nelle nostre aziende, che sono macedoni, indiani, rumeni e che potrebbero diventare anche i nostri alleati per ringiovanire il tessuto sociale delle aree rurali del nostro Paese. Quindi una prospettiva anche multietnica dell’agricoltura, perché di questo non possiamo fare a meno di ragionare alla luce dell’evoluzione demografica della nostra società».
Il direttore di Cia Toscana Giordano Pascucci ha affermato tra l’altro che «il tema del cambiamento climatico è sicuramente un elemento che condizionerà fortemente (come è successo negli ultimi anni) le produzioni del futuro. Quindi dovremo organizzarci, a fronte di cambiamenti climatici che saranno sempre più repentini e più impattanti, con sistemi di coltivazione ad hoc». «L’altro aspetto – ha continuato - è sicuramente quello di guardare all’export come un punto di riferimento. Abbiamo visto infatti che anche nelle fasi più difficili della crisi economica molte imprese si sono salvate con un reddito dignitoso perché hanno avuto un’attenzione verso l’export. E ciò varrà ancor più nel futuro, perché molte delle nostre produzioni hanno bisogno di essere prodotte anche nell’ottica dell’export, e questo approccio va esteso anche alle produzioni di nicchia, quelle che tradizionalmente non ci sono andate. Credo che in tal senso ci debba essere un lavoro di forte integrazione fra le nostre produzioni: abbiamo una gamma di prodotti ricca e variegata e dovremmo promuovere nel mondo un paniere o cesto della Toscana in cui siano messi insieme l’olio, il formaggio, la carne, il pomodoro, il grano, la pasta ecc.». Compreso il vivaismo? «Assolutamente. Il food è un aspetto importante, ma non ci dobbiamo dimenticare che il no food, a partire dal vivaismo, è oltre 1/4 quasi 1/3 della Plv agricola toscana e quel settore lì è già fortemente proiettato all’export». Riguardo alle innovazioni Pascucci dice che in Toscana ci sono: «a partire dalla precision farming, noi abbiamo già applicazioni molto avanzate, nel vino come in altri settori. Siamo sopra la media. Le caratteristiche della nostra agricoltura (piccole aziende, terreni collinari, poca pianura) sicuramente ci porteranno ancora di più ad affrontare quei temi, della specializzazione e della meccanizzazione; un tipo di meccanizzazione che dovrà essere tenuta in asse con la sostenibilità dei costi, perché abbiamo realtà produttive che non possono spingere molto sulla quantità».
Infine, Floraviva ha sentito Sandro Orlandini, presidente di Cia Pistoia, il quale, come Pascucci, ha sottolineato la sfida del cambiamento climatico, con le produzioni degli agricoltori «sempre più esposte ai danni da eccesso di pioggia, vento, grandine». Orlandini inoltre si aspetta e auspica che in futuro «quando si andrà a trattare di contributi e incentivi, sarà sempre più importante distinguere fra un agricoltore professionale e un’agricoltura estremamente specializzata, come può essere sul nostro territorio pistoiese il vivaismo, la floricoltura ecc., e la piccolissima azienda, magari di montagna, che ha un ruolo molto importante ma prevalentemente come presidio. Si tratta infatti di due realtà diverse, che hanno poco in comune dal punto di vista economico, per quanto entrambe essenziali. Ed è bene quindi prefigurare capitoli di spesa o sostegno distinti per queste due tipologie di impresa agricola. E’ una richiesta, direi quasi di giustizia, che arriva dalle imprese stesse. Va detto, comunque, che il Psr attuale della Toscana in qualche modo ha già tenuto un po’ conto di queste considerazioni».
Lorenzo Sandiford
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Alla presentazione a Pescia del disciplinare del marchio di proprietà dell’Associazione Piante e Fiori d’Italia per la certificazione (volontaria) del made in Italy florovivaistico, il presidente Genovali ha lanciato l’idea di farne nel 2019 il marchio obbligatorio legato alla tracciabilità a fini fitosanitari imposta dall’Ue. Per i produttori il costo del marchio, che richiede periodiche comunicazioni di dati, è 650 euro all’anno. Per le aziende che lo richiedono come “utilizzatori” di piante e fiori made in Italy il costo sale ed è necessaria qualche documentazione in più.
Il disciplinare del marchio con logo tricolore Piante e Fiori d’Italia dell’omonima associazione è stato presentato ieri al Mercato dei fiori della Toscana – città di Pescia. Grazie ad esso il marchio, che è a titolo volontario, è diventato un vero marchio d’origine di prodotto che certifica la provenienza italiana delle piante e dei fiori che potranno fregiarsene e al tempo stesso il rispetto di tutte le norme in vigore nel nostro Paese, in particolare di quelle che disciplinano il settore del florovivaismo. Con la conseguenza di offrire molte più garanzie a confronto di prodotti florovivaistici provenienti da alcuni Paesi extraeuropei in cui vigono leggi meno stringenti sia sul fronte dell’eco-sostenibilità che delle condizioni di lavoro.
Come ha spiegato ieri Cristiano Genovali, presidente dell’Associazione Nazionale Piante e Fiori d’Italia, la sua associazione è un’agenzia speciale delle camere di commercio creata negli anni ’60 con l’intento di costituire un punto di riferimento per l’intero settore florovivaistico, dove i comparti della produzione e del commercio possono incontrarsi per discutere e promuovere tutta la filiera. Il marchio col logo tricolore Piante e Fiori d’Italia, ha spiegato Genovali, risale al 1989 per Italia 90, ma ad esso non era mai seguita l’approvazione del disciplinare che definisce quali aziende e in che modo possono ottenerlo. Questa lacuna è stata colmata lo scorso 31 maggio, quando l’Associazione ha approvato finalmente il disciplinare che lo collega a un sistema di certificazione di prodotto «con l’assenso delle associazioni di categoria agricole Cia, Coldiretti e Confagricoltura». C’è già l’ente terzo certificatore, l’agenzia DQA (Dipartimento Qualità Agroalimentare) di Roma e sono già state registrate le prime adesioni.
Possono ottenere il marchio, in forma singola o associata, sia i produttori florovivaistici sia le aziende che fanno anche o solo confezionamento e commercializzazione di piante e fiori (di ogni comparto: dal fiore reciso alla grande pianta ornamentale da esterno) alle seguenti condizioni: devono avere lo stabilimento produttivo (coltivazione e confezionamento) all’interno del territorio italiano e i prodotti devono essere coltivati, come è scritto nel testo del disciplinare, «in Italia a partire da seme, talea, piantina, astone, pianta madre, ecc. in modo tale che la parte prevalente del ciclo produttivo sia realizzata in Italia, e che tutte le fasi dello stesso ciclo produttivo siano conformi alle disposizioni comunitarie, nazionali e regionali in materia di sanità, sicurezza ed ambiente, oltre a rispettare uno standard qualitativo adeguato all’immagine del prodotto». Chi vuole fregiarsi del marchio deve inoltre, ovviamente, oltre ad essere regolarmente iscritto alla Camera di commercio e avere tutte le autorizzazioni necessarie, fare domanda di adesione al sistema di certificazione. Infine, come specificato da Genovali, c’è la possibilità di certificare non tutta la produzione aziendale, ma anche soltanto alcune linee produttive, perché ci sono molte aziende che fanno anche commercializzazione di prodotti non italiani. L’importante è che nelle linee produttive certificate l’italianità sia al cento per cento. E, ad esempio, se un’azienda non agricola vuole certificare una linea di bouquetteria, tutti i fiori utilizzati in quei bouquet devono essere made in Italy.
Quanto costa ottenere il marchio Piane e Fiori d’Italia? Per i produttori puri 650 euro all’anno, senza distinzioni di dimensioni aziendali. Il costo sale e può variare in base a parametri (non spiegati ieri) per le aziende di produttori/utilizzatori, cioè che fanno produzione ma anche confezionamento o commercializzazione, e anche per gli utilizzatori non produttori. A che tipo di controlli saranno sottoposte dall’ente certificatore le imprese che aderiranno al disciplinare di Piante e Fiori d’Italia? Genovali non è entrato nei dettagli, ma ha spiegato che si tratterà di controlli centrati sulla verifica dell’italianità di tutti i prodotti che si fregiano del marchio. Nel disciplinare è scritto che il produttore «deve predisporre la documentazione per dimostrare: il rispetto dei requisiti di legge; le quantità di prodotto raccolte quotidianamente; le modalità di realizzazione della attività di post raccolta e conservazione/stoccaggio temporaneo e trasporto» e che i produttori «devono comunicare periodicamente i dati relativi ai quantitativi di prodotto agricolo raccolto e commercializzato». Per gli utilizzatori, oltre ad analoga comunicazione periodica, il disciplinare prevede nella documentazione di autocontrollo: l’elenco fornitori (solo se utilizzatori); la registrazione della rintracciabilità della materia prima; e la «documentazione di registrazione di a) dati di produzione giornaliera (identificazione del prodotto in numero di lotti in ingresso, parametri di processo (se effettuate operazioni post raccolta) e di conservazione, prodotto realizzato in numero di confezioni, b) immissione sul mercato delle confezioni realizzate ed etichettate, c) esito delle verifiche di conformità del processo e prodotto ai requisiti stabiliti dal disciplinare e le attività realizzate in caso di esito negativo».
E’ verosimilmente anche alla luce di queste caratteristiche del disciplinare che, durante la conferenza stampa di ieri, Cristiano Genovali ha lanciato l’idea di fare del marchio Piante e Fiori d’Italia nel 2019 il marchio obbligatorio che sarà imposto dall’Unione europea per garantire la tracciabilità di tutti i prodotti florovivaistici a fini fitosanitari. A suo avviso, il marchio di proprietà della sua associazione è una candidatura congeniale a tale ruolo in quanto espressione delle camere di commercio.
Sentito al termine dell’incontro dal cronista di Floraviva, Genovali ha risposto ad alcune domande, fra cui le seguenti.
Il nuovo disciplinare è frutto anche di un accordo o concertazione solo con le associazioni di categoria agricole o anche con quelle di settore come Anve o i Vivaisti Italiani (non che foste tenuti a farlo ovviamente)?
«Siamo un marchio pubblico, espressione delle camere di commercio. Quindi non è che abbiamo bisogno di andare a fare accordi con altre associazioni che sono private. Il marchio è aperto a tutte le attività agricole, a tutte le aziende che vogliano aderire, basta che stiano all’interno del disciplinare. Non ci sono motivazioni per escludere nessuno».
Si tende ad associare, forse erroneamente, Piante e Fiori d’Italia più alla floricoltura che al vivaismo ornamentale…
«Ma no, perché Piante e Fiori d’Italia non ha dentro solo un settore del florovivaismo, ma li ha dentro tutti, è un’associazione interdisciplinare: ci sono dentro anche i fioristi». […]
Voi pensate che un marchio che identifichi e promuova tutte le piante italiane insieme sia il livello giusto di promozione?
«Uno ci crede, poi bisogna vedere. Ripeto si tenta di fare qualcosa che secondo noi manca, poi se non è gradito in primis agli agricoltori perché pensano che non ne hanno un’esigenza vorrà dire che avremo sbagliato mission».
Ma secondo lei sarà più utile con il consumatore italiano o all’estero?
«Sicuramente anche all’estero perché va a identificare delle produzioni. […] [da noi] c’è ancora una tradizionalità dell’approccio alla coltivazione che permette di avere un’estrema qualità. Noi vogliamo evidenziare questa estrema qualità. Se le persone capiranno quale è la mission, allora sicuramente questa iniziativa avrà un successo come ci auguriamo. Se non viene capito, allora vorrà dire che abbiamo sbagliato».
Lorenzo Sandiford
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- Scritto da Andrea Vitali
E’ attivo dal 10 ottobre il crowdfunding da 10 mila euro della cooperativa Boschi Vivi di Genova: 30 giorni per riqualificare a uso commemorativo il primo bosco a Martina-Urbe (Savona) e avviare altri progetti simili. Con donazioni sopra certe soglie si possono acquistare gli “alberi tombe” per le proprie ceneri. La presidente Lovens: no ai fiori o alle piante fiorite, solo piccole targhe perché il bosco deve restare naturale.
Un'alternativa al tradizionale sistema cimiteriale che permette l'interramento delle ceneri in area boschiva, con intitolazione di un albero, scelto in vita dall'interessato.
E’ il core business della cooperativa genovese Boschi Vivi, nata nel 2016 con l’intento di introdurre in Italia il modello di green burials (sepolture verdi) applicato con successo in Germania e nei paesi anglosassoni. Una gestione del bosco a scopo commemorativo «nel rispetto della persona, del territorio e della natura», che consente di rigenerare aree forestali, custodirle e monitorarle, nonché renderle fruibili alle comunità.

Boschi Vivi ha acquistato la sua prima area boschiva nel 2017. Si tratta di un bosco di 11 ettari nell’entroterra di Genova, nel Comune di Urbe, tra Sassello e Tiglieto, precisamente in località Martina d’Olba, con tutte le carte in regola per diventare il primo “Bosco Vivo” gestito dalla cooperativa in funzione cimiteriale. Subito dopo l’acquisto, sono iniziati i lavori di individuazione e tracciamento dei confini e le prime operazioni di selezione degli alberi che saranno destinati ad accogliere le ceneri degli aderenti al progetto e a fungere da memoriale. Il bosco sarà inaugurato nella primavera del 2018.
Adesso, da ieri, è attiva una campagna di crowdfunding, che scade il 10 novembre 2017 e ha l’obiettivo di raccogliere 10.000 € per finanziare i lavori di riqualificazione ambientale del bosco di Urbe e permettere la replicabilità del progetto in altre aree dell’Italia. Nel momento in cui scriviamo sono già arrivate donazioni per 1.326 euro da 11 finanziatori. Le donazioni possono essere di varie entità e, come ci ha spiegato Anselma Lovens, presidente di Boschi Vivi, «chi dona scegliendo il reward (la ricompensa) di un albero o di un posto, questa primavera potrà visitare il bosco e scegliere l’albero tra quelli selezionati. Il prezzo dell'albero è molto scontato (50% o più di sconto) se acquistato tramite campagna, come si può vedere nella colonna a destra nella pagina del sito della piattaforma di crowdfunding scelta. Chi dona scegliendo altro reward potrà in futuro venire a scegliere un albero ed acquistarlo (a prezzo pieno, in questo caso)».
Ma a parte la campagna di finanziamento, come funziona esattamente il servizio di Boschi Vivi? «Gli interessati – risponde Anselma Lovens - potranno contattarci per prenotare una visita dedicata presso il bosco. Accompagnata da una guida, la persona potrà scegliere l’albero più adatto alle proprie esigenze, che costituirà il luogo di interramento delle proprie ceneri. Le quote degli utenti serviranno a garantire la continuità nel lungo periodo della manutenzione e del presidio del bosco. Si paga una tantum al momento della scelta dell'albero (prenotabile per alcuni giorni in attesa di bonifico). Si firma un regolare contratto che dura 99 anni dall'inizio del progetto, e si consegna congiuntamente anche la dichiarazione di volontà di dispersione delle ceneri. Solo nel caso della parte per animali c'è un turnover (contratti di 5 anni rinnovabili)».
Infine, curiosità del cronista di Floraviva legata anche al fatto che il servizio di Boschi Vivi nasce in un territorio ad alta vocazione floricola come la Liguria, come può essere legato simbolicamente l’albero ai defunti? «C'è una piccola targa facoltativa di forma, colore e dimensione standard per mantenere il bosco il più possibile simile ad un bosco normale – risponde Anselma Lovens -, non ci sono lapidi né fiori recisi, né orpelli di altro genere». E se uno desidera, anche senza arrivare ai fiori recisi o alle piante in vaso fiorite, almeno piantare in terra vicino al proprio albero una pianta fiorita, è possibile farlo o prevedete che possa esserlo in futuro? «No, perché 1) sarebbe troppo complesso gestire le richieste di tutti (da una piantina fiorita all'albero di natale è un attimo) e 2) ci sono rischi di immettere specie non autoctone e potenzialmente infestanti nel bosco. E poi, soprattutto, chi sposa questa idea si presuppone apprezzi il bosco per come è, nella sua naturalezza. Infatti parliamo sempre di bosco e non di “parco”. Anche all'estero abbiamo visto progetti che sono molto rigidi su questo, perché ogni distorsione rende tutto troppo pacchiano e presto gli orpelli diventano spazzatura da gestire. Però siamo aperti ad altre formule, ad esempio in area lombarda abbiamo in mente anche un progetto di riforestazione (ancora in fase progettuale però)».
Lorenzo Sandiford
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- Scritto da Andrea Vitali
Nel corso di un viaggio di lavoro, ci siamo fermati per una tappa immancabile per ogni amante dei fiori e dell'atmosfera unica di un mercato. Eccoci al mercato di Cours Saleya: un'esplosione di affascinanti movimenti e colori nel quartiere vecchio di Nizza.






