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In evidenza al doppio convegno di Assoverde, Confagricoltura, Società Toscana di Orticultura e Anci Toscana del 7 luglio a Firenze percorsi di certificazione come il nuovo standard di “Gestione sostenibile del verde urbano” e i “Parchi della salute”, ma anche proposte quali il ricorso dei Comuni a manager del verde (prof. Ferrini). L’aggiornamento della vicepresidente della Commissione Agricoltura del Senato Biti sull’iter del ddl Liuni e la fotografia dello stato del vivaismo di Magazzini (Confagricoltura). Il bilancio della giornata di Alberto Giuntoli e di Rosi Sgaravatti.
I Comuni dovrebbero dotarsi di manager del verde. È la proposta avanzata da Francesco Ferrini, docente di Arboricoltura dell’Università di Firenze e presidente del Distretto vivaistico di Pistoia, al termine della giornata di confronto interamente dedicata al verde, e soprattutto al verde pubblico urbano e ai suoi benefici per la salute, organizzata il 7 luglio a Firenze presso Villa Bardini da Assoverde, Confagricoltura, Società Toscana di Orticultura e ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) Toscana (vedi). Un’idea lanciata da Ferrini in risposta all’appello finale ai relatori di fare qualche proposta concreta del presidente della Società
Toscana di Orticultura Alberto Giuntoli, che moderava la sessione pomeridiana sulla “Gestione sostenibile del verde pubblico”. E che Ferrini ha ribadito e precisato a Floraviva, al termine dell’incontro in cui era intervenuto sia la mattina spiegando in che senso le spese per il verde siano investimenti e non costi, sia il pomeriggio con una relazione sui benefici del verde (vedi la sua analisi sullo stesso tema su Floraviva), con queste parole: «il manager non è necessariamente il responsabile, ma uno che dà le idee, dà gli indirizzi, dà le priorità e che coordina». Serve una figura simile, ha spiegato Ferrini, perché «la ricerca ci dà delle indicazioni precise, che vanno però messe a sistema. Cioè è inutile fare interventi spot uno qua e uno là e non proseguirli, come spesso succede, perché purtroppo non porta i risultati sperati. I risultati si possono ottenere se si mette tutto il verde a sistema: in quel momento si possono vedere realmente i cambiamenti».
Ma tutta la giornata è stata ricca di spunti, a partire dalla prima sessione, a cura di Assoverde e Confagricoltura, che era focalizzata sul tema “La salute e il verde – Il verde e la salute” e sulla presentazione del Libro bianco del verde, la cui prossima edizione, in preparazione, sarà dedicata al progetto “Parchi della salute”. Una sessione a cui sono intervenuti fra gli altri, l’assessore regionale all’agroalimentare Stefania Saccardi (vedi), l’assessore comunale di Firenze Cecilia Del Re, che ha avuto la delega sul verde urbano fino a qualche giorno fa e ha spinto molto
l’acceleratore sull’inverdimento di Firenze (vedi), e la senatrice fiorentina Caterina Biti, vicepresidente della 9^ Commissione permanente (Agricoltura e produzione agroalimentare). A quest’ultima, che nel suo intervento ha sottolineato il cambiamento di mentalità avvenuto a Firenze negli ultimi anni riguardo al verde, adesso «visto come un investimento per il futuro», Floraviva ha chiesto a che punto è l’iter del ddl Liuni di riforma del settore florovivaistico (vedi). «La Commissione ha lavorato molto in fase di istruttoria – ha risposto – con un buon clima, come accade su tanti provvedimenti in cui riusciamo davvero a lavorare al di là delle posizioni politiche e partitiche al servizio dei temi. Il florovivaismo è un ambito importante per il nostro Paese e la nostra Regione è un’eccellenza in questo. Gli emendamenti sono stati presentati e aspettiamo il parere del Governo, per poi riprendere…». Quindi dipende dal Governo? «In realtà dipende anche dal relatore e dalla Commissione – ha replicato - perché è ovvio che i pareri del Governo sono importanti per avere cognizione di causa su cosa è più fattibile e su cosa è meno fattibile. Dopo di che l’indirizzo politico è del Parlamento e quindi sta anche al relatore insieme alla Commissione, perché il senatore La Pietra sicuramente ha queste capacità di collaborazione, di portare a casa un risultato che tenga tutto insieme». Quando arriverà il responso del Governo? «Continuiamo a sollecitare, perché siamo pronti e vogliamo dare entro la fine della legislatura una risposta a questo settore così importante».
Al centro della sessione della mattina è stato comunque il progetto Libro bianco del verde, che, come sottolineato da Confagricoltura, è nato per promuovere un cambiamento nei modi di intervenire nel settore del verde, rendendo la natura protagonista delle città e creando una rete tra tutti gli operatori (pubblici e privati) per condividere obiettivi, individuare priorità e criticità, trovare soluzioni: una rete che costituisca una piattaforma permanente a supporto delle amministrazioni, per ottimizzare le risorse, indirizzare la programmazione e gli investimenti. Ma rappresenta anche un’occasione per accrescere la consapevolezza del valore che parchi, giardini, aree verdi, pubbliche e private, hanno per la qualità della vita e il benessere psico-fisico dei cittadini. E investire nel verde porterebbe indubbi vantaggi all’economia e all’occupazione del Paese, permettendo di rilanciare un settore come quello del florovivaismo, in cui l’Italia, e in particolare la Toscana, è assolutamente protagonista e ha tutte le caratteristiche per giocare un ruolo da leader, se adeguatamente sostenuta.
«Sono convinto del ruolo da protagonisti che devono avere boschi, foreste e aree verdi nel nostro futuro – ha commentato Marco Neri, presidente di Confagricoltura Toscana –. Sono orgoglioso perché penso che siamo riusciti a dare delle risposte esaurienti alle tante attese che oggi ruotano attorno ai temi della sostenibilità, a partire dal ruolo strategico del verde urbano, dell’abbattimento della CO2, degli effetti che il verde pubblico e privato hanno sul benessere e sulla salute di tutti noi. Sosteniamo quindi con convinzione l’importante messaggio che scaturisce dal Libro bianco: assegnare sempre più attenzione al settore del verde, diventare pionieri del cambiamento».
Scendendo più nel cuore tecnico del lavoro dietro al Libro bianco di Assoverde, Davide Troncon, responsabile Schemi forestali e Biodiversità dell’organismo di certificazione CSQA, ha parlato di quanto si sta facendo sul fronte della certificazione del verde urbano: dal nuovo standard PEFCtm ITA 1001-6 “Gestione sostenibile del verde urbano”, che è nella fase finale della consultazione pubblica sul sito pefc.it, al progetto avviato sui “Parchi della salute”, che sarà anche il prossimo focus del Libro bianco, dopo il primo dedicato ai pini dell’anno scorso (vedi).
Come ci ha spiegato a latere del convegno, al nuovo standard sulla gestione sostenibile del verde urbano «manca solo l’accettazione da parte del PFC International, perché questo è un progetto che ha portato avanti PFC Italia, che ha coinvolto varie istituzioni che sono qui presenti e il prof. Francesco Ferrini. Dopo un confronto che è durato circa 2 anni è venuto fuori questo documento [Criteri e indicatori per la certificazione individuale e di gruppo di Gestione Sostenibile del Verde Urbano], che adesso è in consultazione pubblica per cui chiunque può fare commenti» e richieste di correzioni (per ancora pochi giorni). Si tratta di uno standard focalizzato sulla componente arborea degli spazi verdi urbani che è basato su «6 criteri che sono linee guida molto generali, che poi vengono articolate in vari indicatori», ha spiegato Troncon. Ad esempio, il criterio 2 “Mantenimento della salute e vitalità degli ecosistemi” prevede 2.1.a il “Piano di monitoraggio”, 2.2.a la “Programmazione degli interventi di potatura”, 2.2.b la “Pratica degli interventi di potatura” e così via per tantissimi indicatori, che poi gli organismi certificatori potranno controllare. Lo standard “Parchi della salute”, invece, è ancora in fase di costruzione: «stiamo iniziando adesso a raccogliere i requisiti dei vari stakeholder», ci ha riferito Troncon. L’obiettivo è «andare a evidenziare la connessione fra il verde e la salute» con una serie di indicatori misurabili e alla fine avremo uno standard che definirà come si deve fare un parco della salute. Per cui ad esempio avremo che «la casa di cura che ha un terreno agricolo vicino o che magari ha già un parco ma lo vuole modificare, e lo vuole fare secondo determinati criteri che sono quelli del parco della salute, può prendere questo schema, studiarselo e metterlo in pratica, e poi chiamare un ente terzo che lo certifica».
Fra i molti interventi citiamo qui quello in collegamento web del presidente del Comitato per lo Sviluppo del Verde Pubblico e vice capo gabinetto del Ministero della Transizione Ecologica Raffaello Sestini, che ha annunciato un sondaggio fra gli operatori per individuare le principali criticità del settore verde per impostare meglio nuove strategie, e quello di Paolo Bellocci, responsabile della delegazione toscana dell’Associazione Italiana Direttori e Tecnici Pubblici Giardini (40 membri nella nostra regione), che ha sottolineato che in media l’incidenza percentuale delle spese per il verde nei Comuni italiani è solo dello 0,8% dei bilanci comunali e che va fatta salire ad almeno il 2% se vogliamo dare gambe ai piani di forestazione incentivati dal PNRR.
Inoltre vanno richiamati i due interventi della voce dei vivaisti a questo appuntamento. Vale a dire Luca Magazzini, intervenuto in questa occasione nei panni di presidente della Federazione di prodotto “Florovivaismo” di Confagricoltura Toscana e vice presidente della stessa a livello nazionale.
Nella relazione della mattina, Magazzini ha sostenuto la necessità di mettere le aziende florovivaistiche nelle condizioni di dare una risposta efficace alla domanda di verde implicita in questi piani di inverdimento delle città incentivati dal PNRR. E questo ha a che fare, ad esempio, con l’aiutarle a restare competitive nonostante «il 60% delle molecole in meno a disposizione per trattare i patogeni, che sono aumentati» e nonostante i molti costi che hanno dovuto sostenere per investimenti nel risparmio idrico. Per produrre un albero ci vogliono almeno 5 anni e noi al momento «siamo in grado di garantire il consumo medio privato europeo», per dare una risposta alla nuova domanda di piante legata al PNRR c’è bisogno di forti investimenti da parte delle aziende agricole, a cominciare da quelli in personale qualificato, che scarseggia. Quindi ci vuole un sostegno a tali investimenti. Mentre nel secondo intervento, il pomeriggio, Luca Magazzini ha fra le altre cose descritto l’ultima fase di mercato per il settore vivaistico, che ha siglato di recente il rinnovo del contratto nazionale dei lavoratori del comparto con un aumento medio dei salari del 4,5% e poco prima aveva siglato quello provinciale (e a Pistoia «c’è il costo orario della manodopera più alto d’Italia» in questo comparto, ha osservato Magazzini). Se a questi aumenti aggiungiamo l’incremento dei costi energetici e «l’esplosione dei costi del materiale per la cura delle piante» (con ad esempio i tutori aumentati da «3/4 mila euro a 18 mila euro a container» e difficili da reperire e a prezzi sempre mutevoli) e le difficoltà a trovare trasportatori ecc., è chiaro che l’attività vivaistica sta attraversando una fase complessa. Anche perché, d’altro canto, «l’inflazione rappresenterà un freno per il consumo privato di piante e già ora questo si percepisce nei rapporti con i garden center a livello europeo». E però è vero che il PNRR spingerà repentinamente la domanda di piante delle amministrazioni pubbliche, per cui dovremmo aumentare le produzioni di piante con nuovi investimenti. Insomma il vivaismo si trova «in una condizione difficile», a un punto di svolta in cui è facile sbagliare. Pertanto sarebbe molto positiva una «sintonia» fra tutti gli attori della filiera del verde.
Tema, quest’ultimo, toccato anche dal moderatore della sessione pomeridiana dell’incontro, il presidente della Società Toscana di Orticultura Alberto Giuntoli, che in uno dei suoi interventi durante la giornata aveva richiamato un esempio interessante di forestazione urbana dall’impatto molto positivo: il parco del termovalorizzatore di Parma, capace di abbattere il doppio delle polveri emesse dal termovalorizzatore. Giuntoli, sentito da Floraviva dopo la fine dell’incontro pomeridiano per un bilancio sugli aspetti più meritevoli d'attenzione venuti fuori, ha dichiarato: «emerge sicuramente che è necessario un confronto. Un confronto fra le aziende che producono, le aziende che realizzano, i professionisti, ma anche gli enti, perché sono poi gli enti i regolatori di questo mercato, sono gli enti che poi fanno i prezzi, che decidono le regole del gioco. Quindi è necessaria la collaborazione fra tutti per arrivare a un verde di qualità, che è l’obiettivo condiviso da tutti e che renderà, speriamo da subito, le nostre città più vivibili, migliori per noi e per le future generazioni. Credo che questo tipo di incontri siano proficui per questo, cioè se da giornate come queste nascono dei confronti reali, dei tavoli di supporto, se nascono delle collaborazioni, delle convenzioni fra associazioni, enti ecc.».
Ma per il bilancio conclusivo di tutta la giornata, Floraviva si è rivolta a Rosi Sgaravatti, presidente di Assoverde. «È stato un convegno interessante, un po’ lungo – ha commentato -. Ce ne sarebbero voluti due per riuscire a sviscerare tutte le problematiche del settore, però è stato molto interessante perché
finalmente abbiamo messo dei punti precisi sulla cooperazione, sul miglioramento di tutte le tecniche florovivaistiche, soprattutto sul PNRR e quello che si dovrà fare. Per cui è stata un’iniziativa secondo me positiva: bisogna riflettere adesso e cercare di portare avanti tutti insieme, in modo interdisciplinare, queste nostre istanze e davvero essere uniti per portarle davanti a chi deve decidere». E riguardo alla necessità di trovare spazi per aumentare le produzioni vivaistiche? «In tantissime aree dell’Italia ci sono luoghi abbandonati e di conseguenza aree che possono essere recuperate alla coltivazione, in modo tale che possano inserirsi nella produzione». Ma si riferisce solo al vivaismo forestale o anche a quello cosiddetto ornamentale? «Io direi anche quello ornamentale. Dalla forestale possono venire i semi e le piantine per poterlo fare, scegliendo le specie giuste per il verde urbano e questo è molto importante. Ma poi queste aree abbandonate devono essere coltivate perché questa è la virtù dell’uomo: coltivare vuol dire abitare».
Lorenzo Sandiford
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La Commissione Europea ha adottato il 22 giugno una proposta legislativa per ripristinare gli habitat danneggiati e (ri)portare natura in tutti gli ambienti, anche urbani, per contrastare i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità. Budget 100 miliardi di euro. Previsti vincoli per gli Stati UE e misure quali rinaturalizzazione, reimpianto di alberi, rinverdimento delle città, eliminazione dell'inquinamento. Tra gli obiettivi, 0 perdite di spazi verdi urbani entro il 2030 e poi aumento del 5% entro il 2050, copertura arborea minima del 10% in ogni città e guadagno di verde integrato in edifici e infrastrutture; stop al declino degli impollinatori entro il 2030.
Una proposta legislativa «pionieristica» per «ripristinare gli ecosistemi danneggiati e riportare la natura in tutta Europa, dai terreni agricoli e i mari alla foreste e agli ambienti urbani» entro il 2050. Ciò al fine di «evitare il collasso degli ecosistemi e prevenire i peggiori impatti dei cambiamenti climatici e della perdita di biodiversità».
È stata sintetizzata così nel comunicato stampa ufficiale della Commissione Europea (CE) una delle due proposte adottate mercoledì 22 giugno scorso per attuare le strategie cardine del Green deal europeo. (Dell’altra proposta legislativa, riguardante la riduzione dei fitofarmaci, abbiamo già scritto qua).
Questa proposta di ripristino della natura in Europa è particolarmente urgente, fa sapere la CE, dal momento che nel territorio europeo «oltre l'80% degli habitat [sono] in cattive condizioni» e «tra il 1997 e il 2011 la perdita di biodiversità ha rappresentato una perdita annua stimata tra 3.500 e 18.500 miliardi di €». E la valutazione d'impatto della normativa sul ripristino della natura ha dimostrato che i benefici del ripristino superano di gran lunga i costi: «si stima che i benefici economici del ripristino di torbiere, paludi, foreste, brughiere e sottobosco, prati, fiumi, laghi, habitat marini e alluvionali e zone umide costiere siano otto volte superiori ai costi».
Si tratta del primo atto legislativo della Commissione Europea, specifica il comunicato della CE, che «mira esplicitamente a ripristinare la natura in Europa, a riparare l'80% degli habitat europei che versano in cattive condizioni e a riportare la natura in tutti gli ecosistemi, dalle foreste e dai terreni agricoli agli ecosistemi marini, di acqua dolce e urbani. In base alla presente proposta sul ripristino della natura, saranno assegnati a tutti gli Stati membri obiettivi giuridicamente vincolanti per il ripristino della natura in vari ecosistemi, a integrazione delle normative esistenti. L'obiettivo è far sì che le misure di ripristino coprano almeno il 20% delle superfici terrestri e marine dell'UE entro il 2030 e si estendano infine a tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050».
«La normativa – si legge nel comunicato - porterà ad un livello superiore le esperienze maturate in materia di misure di ripristino della natura, quali la rinaturalizzazione, il reimpianto di alberi, il rinverdimento delle città o l'eliminazione dell'inquinamento per consentire il recupero della natura». E «il ripristino della natura – viene spiegato - non equivale alla protezione della natura e non comporta automaticamente un aumento delle aree protette. Il ripristino della natura è necessario anche nelle zone protette a causa delle loro condizioni sempre più precarie, ma non tutte le aree ripristinate devono diventare zone protette. La maggior parte di esse non lo diventerà, in quanto il ripristino non preclude l'attività economica. Il ripristino consiste nel vivere e produrre insieme alla natura, riportando una maggiore biodiversità ovunque, anche nelle zone in cui si svolge un'attività economica, come ad esempio le foreste gestite, i terreni agricoli e le città».
Il ripristino deve essere realizzato attraverso un processo inclusivo e «avrà un impatto particolarmente positivo su coloro che dipendono direttamente da una natura sana per il proprio sostentamento, compresi gli agricoltori, i silvicoltori e i pescatori». «Gli investimenti per il ripristino della natura – specifica il testo della CE - apportano un valore economico compreso tra 8 e 38 € per ogni 1 € speso, grazie ai servizi ecosistemici che favoriscono la sicurezza alimentare, la resilienza degli ecosistemi e l'attenuazione dei cambiamenti climatici, nonché la salute umana. Aumenta inoltre la presenza della natura nei nostri paesaggi e nella nostra vita quotidiana, con benefici dimostrabili per la salute e il benessere nonché un valore culturale e ricreativo».
Verranno fissati obiettivi e obblighi di ripristino in un'ampia gamma di ecosistemi terrestri e marini. La massima priorità va agli «ecosistemi con il maggiore potenziale di rimozione e stoccaggio del carbonio e di prevenzione o riduzione dell'impatto delle catastrofi naturali (come le inondazioni) rivestono la massima priorità». E «la nuova normativa – precisa il comunicato - si basa sulla legislazione esistente, ma riguarda tutti gli ecosistemi senza limitarsi alle zone protette della direttiva Habitat e di Natura 2000, con l'obiettivo di avviare il percorso di recupero di tutti gli ecosistemi naturali e semi naturali entro il 2030. Beneficerà di ingenti finanziamenti dell'UE: nell'ambito del quadro finanziario pluriennale circa 100 miliardi di € sono destinati alla biodiversità e al ripristino».
Gli obiettivi proposti includono:
- l'inversione del declino delle popolazioni di impollinatori entro il 2030 e, successivamente, l'aumento di queste popolazioni;
- nessuna perdita netta di spazi verdi urbani entro il 2030, un aumento del 5% entro il 2050, una copertura arborea minima del 10% in ogni città, piccola città e periferia europea e un guadagno netto di spazi verdi integrati negli edifici e nelle infrastrutture;
- negli ecosistemi agricoli, l'aumento complessivo della biodiversità e una tendenza positiva per le farfalle comuni, per l'avifauna nelle aree agricole, per il carbonio organico nei suoli minerali coltivati e per gli elementi caratteristici del paesaggio ad alta diversità sui terreni agricoli;
- il ripristino e la riumidificazione delle torbiere drenate a uso agricolo e nei siti di estrazione della torba;
- negli ecosistemi forestali, l'aumento complessivo della biodiversità e una tendenza positiva per quanto riguarda la connettività delle foreste, il legno morto, la percentuale di foreste disetanee, l'avifauna forestale e le riserve di carbonio organico;
- il ripristino degli habitat marini quali le colture marine o i fondali di sedimenti e il ripristino degli habitat di specie marine emblematiche quali delfini e focene, squali e uccelli marini;
- l'eliminazione delle barriere fluviali in modo che almeno 25.000 km di fiumi siano trasformati in fiumi a flusso libero entro il 2030.
Per contribuire al conseguimento degli obiettivi, mantenendo nel contempo una certa flessibilità in funzione delle circostanze nazionali, la normativa imporrebbe agli Stati membri di elaborare piani nazionali di ripristino, in stretta collaborazione con i ricercatori, i portatori di interessi e i cittadini. Esistono norme specifiche in materia di governance (monitoraggio, valutazione, pianificazione, rendicontazione e applicazione), che migliorerebbero anche l'elaborazione delle politiche a livello nazionale ed europeo, garantendo che le autorità considerino congiuntamente le questioni connesse della biodiversità, del clima e dei mezzi di sussistenza.
La proposta concretizza un elemento chiave del Green Deal europeo: l'impegno dell'Europa, assunto nell'ambito della strategia sulla biodiversità per il 2030, di dare l'esempio per invertire la perdita di biodiversità e ripristinare la natura. Si tratta del contributo fondamentale dell'UE ai negoziati in corso su un quadro globale per la biodiversità post-2020 che sarà adottato nell'ambito della Convenzione sulla diversità biologica COP15 di Montreal (dal 7 al 15 dicembre di quest'anno).
Come dichiarato da Virginijus Sinkevičius, Commissario responsabile per l'Ambiente, gli oceani e la pesca, alla conferenza stampa del 22 giugno scorso, «i cittadini europei sono stati chiari: esigono che l'UE agisca a favore della tutela della natura e la riportino nella loro vita. Gli scienziati sono stati chiari: non c'è tempo da perdere. Altrettanto chiara è la motivazione economica: ogni euro speso per il ripristino frutterà un utile di almeno otto euro. Questa proposta storica riguarda il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi, in modo da poter vivere e prosperare insieme alla natura. Si tratta di una normativa per tutti i cittadini europei e per le generazioni future, per un pianeta sano e per un'economia sana. È un atto normativo senza precedenti a livello mondiale e ci auguriamo che possa ispirare un forte impegno internazionale per la protezione della biodiversità nella prossima COP15».
La proposta sarà esaminata dal Parlamento europeo e dal Consiglio, nell'ambito della procedura legislativa ordinaria. Dopo l’adozione, l'impatto sul terreno sarà graduale: le misure di ripristino della natura dovranno essere attuate entro il 2030.
L.S.
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Adottata dalla Commissione Europea una proposta legislativa per sostituire la Direttiva 128 del 2009 per l’uso sostenibile dei pesticidi con un regolamento con obiettivi vincolanti: ridurre del 50% l'uso e i rischi dei pesticidi chimici entro il 2030 e divieto assoluto di tutti i pesticidi nei parchi e giardini. Le reazioni critiche di alcune associazioni di agricoltori europee e italiane come Copa-Cogeca, Confagricoltura e Cia-Agricoltori Italiani. Le prossime tappe dell’iter di approvazione.
Sulla stessa linea d’onda, il comunicato stampa del 23 giugno di Cia – Agricoltori Italiani, in cui si parla di tagli degli agrofarmaci «poco realistici» e di «mancanza di alternative efficaci» e di «transizione troppo veloce» che «mette a rischio la sostenibilità economica delle aziende». Per cui si chiede di «accelerare gli iter autorizzativi dei prodotti alternativi agli agrofarmaci, che ancora scontano eccessive lentezze burocratiche».
Lorenzo Sandiford
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Il presidente della Regione Toscana Giani: con questo contributo straordinario «veniamo incontro alla richiesta di aiuto del commissario prefettizio di Pescia De Cristofaro, perché è un’attività economica importante», ma non è proprietà regionale e «in futuro alla manutenzione dell’immobile dovrà pensarci il Comune». De Cristofaro: «i soldi della Regione indispensabili per avviare la messa in sicurezza ed evitare il possibile sequestro», un altro milione lo metterà il Comune. Il consigliere regionale Niccolai, membro della Commissione Agricoltura, «il Mefit sembrava spacciato, in soli 2 mesi grazie al progetto credibile di De Cristofaro e all’impegno di Giani ha una seconda possibilità» e sul futuro del Mefit dice: è necessario definire un piano «con impegni precisi» e che sia «credibile».
L.S.
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Il 24 marzo in un convegno presso l’Accademia dei Georgofili di Firenze il bilancio del progetto “Autofitoviv”, che ha avuto come capofila l’Associazione Vivaisti Italiani. Sono stati sperimentati, sotto la guida di ricercatori di Cnr, Crea e Università di Firenze e di Pisa, nei vivai di due aziende leader del distretto vivaistico di Pistoia i migliori metodi di autocontrollo fitosanitario per identificare tempestivamente organismi nocivi e le più aggiornate strategie di difesa fitosanitaria alternative all’uso di prodotti chimici di sintesi. Fra i risultati alcuni spiragli per la lotta alle infestanti senza erbicidi anche nelle coltivazioni in pieno campo tramite colture di copertura fra i filari analoghe a quelle spesso adottate in olivicoltura e viticoltura. Il presidente di AVI Magazzini: «un percorso avviato molto importante e le soluzioni sperimentate saranno affinate e riproposte, ma c’è bisogno di ulteriori verifiche e adattamenti al quotidiano aziendale». La sintesi di tutte le relazioni dei ricercatori protagonisti del progetto e l’elenco delle attività svolte nei vivai di Vannucci Piante e Innocenti e Mangoni Piante. [Nella foto in alto visita aziendale: tappa davanti a una trappola Cross-vane]
L’impiego di trappole posizionate nei piazzali di carico per il rilevamento tempestivo di insetti - da cui non sono emerse presenze di organismi nocivi da quarantena - quale metodo di autocontrollo per rispondere al problema del possibile arrivo di organismi nocivi alieni nei vivai pistoiesi attraverso gli scambi commerciali. Il metodo della confusione sessuale (mating disruption) contro la tignola orientale del pesco (Grapholita molesta) che ha consentito di ridurre da 7 a 1 i trattamenti chimici per evitarne i danni.
Sono soltanto due esempi delle varie sperimentazioni e dei risultati del progetto del Gruppo Operativo Autofitoviv sulle “Buone pratiche per l’autocontrollo e la gestione fitosanitaria sostenibile nel vivaismo ornamentale” presentati ieri all’Accademia dei Georgofili di Firenze nel convegno conclusivo dell’iniziativa. Un progetto, avviato nel 2019 e giunto a conclusione ora, che è stato finanziato dalla Regione Toscana nell’ambito del PSR 2014-2020 e che ha visto come capofila l’Associazione Vivaisti Italiani (AVI), come partner aziendali due imprese leader del distretto vivaistico pistoiese socie di AVI quali Vannucci Piante e Innocenti e Mangoni Piante, come partner scientifici l’Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante (CNR-IPSP), il CREA Difesa e Certificazione, il CREA Orticoltura e Florovivaismo, il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali dell’Università di Firenze e il Dipartimento in Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa, con il Lab Center for Generative Communication del PIN - Polo Universitario Città di Prato impegnato nella formazione e comunicazione e l’Accademia dei Georgofili nell’attività convegnistica e d’informazione.
«Il progetto – ha spiegato aprendo i lavori Riccardo Russu, già direttore del Servizio Fitosanitario Regionale - ha avuto origine da un'intuizione maturata negli anni 2014-2015, in cui si avvertiva la necessità di un coinvolgimento diretto delle imprese vivaistiche nelle azioni di monitoraggio, controllo e sorveglianza delle loro produzioni, al fine di evitare o limitare la diffusione di organismi nocivi sul territorio del distretto vivaistico pistoiese. Nel 2015 veniva siglato un protocollo d’intesa tra la Regione Toscana ed il Distretto vivaistico pistoiese con la partecipazione dell'Associazione Vivaisti Italiani, allo scopo di avviare un processo di partecipazione delle imprese vivaistiche all'attività di autocontrollo fitosanitario sia nelle fasi di coltivazione, che di importazione di vegetali da ricoltivare in azienda. Tenuto conto dell'esperienza di autocontrollo, avviata nell'anno 2015 in fase sperimentale ed autogestita dai vivaisti, il progetto Autofitoviv ha permesso il coinvolgimento sia delle imprese già consapevoli degli effetti positivi di questa attività, che del mondo scientifico toscano, per collaudare nuove metodologie e verificarne i risultati».
Come ricordato dalla coordinatrice di Autofitoviv Francesca Giurranna e poi illustrato da Ilaria Marchionne del Lab Center diretto dal Prof. Luca Toschi, il progetto prevedeva tra l’altro 2 corsi di formazione tecnici e 1 di comunicazione, oltre ad alcune visite nelle aziende coinvolte nella sperimentazione, per fare conoscere ad altri vivaisti i metodi e le tecniche applicati. In tutto 42 ore per 52 partecipanti nelle tre edizioni di ciascuno dei due corsi tecnici e 24 ore per 23 partecipanti nelle due edizioni di quello di comunicazione, mentre i partecipanti alle 4 visite sono stati 38 per 12 ore di attività.
A tirare le somme del progetto e del convegno di ieri, dopo le relazioni di tutti i ricercatori coinvolti nel progetto [vedi sotto una sintesi delle relazioni], è stato il Dott. Emilio Resta, responsabile scientifico di Autofitoviv per AVI. Resta ha innanzi tutto ricordato che il progetto aveva due finalità principali: A) contenere e gestire il problema della «introduzione inconsapevole di organismi alloctoni con lo scambio commerciale di materiale vivaistico», che significa «ridurre l’impatto ecologico sull’ecosistema, economico a carico della comunità, ma anche sanitario visto che generalmente questo comporta una maggiore necessità dell’utilizzo del mezzo chimico»; B) proporre «metodi alternativi di provata efficacia scientifica» alla gestione fitosanitaria dei vivai basata su «strategie di difesa con formulati di sintesi», in modo da ridurre l’impatto sull’ambiente.
Emilio Resta ha poi riferito alcuni risultati delle sperimentazioni effettuate, che si aggiungono ai due citati all’inizio di questo testo. A proposito del problema nematodi, ha sottolineato che nell’analisi effettuata sui substrati più utilizzati nelle coltivazioni in contenitore del distretto vivaistico pistoiese non sono stati rilevati nematodi fitoparassiti (dannosi), ma nematodi saprofiti (innocui) in abbondanza e predatori utili a controllare i nematodi fitoparassiti; mentre invece dall’analisi del suolo nelle coltivazioni in pieno campo è risultata una discreta incidenza di nematodi fitoparassiti. Un altro risultato riferito da Resta riguarda i metodi di monitoraggio adottati per oidi e ruggini, che hanno consentito di identificare i relativi picchi: per l’oidio a maggio e giugno, per le ruggini nei mesi di luglio, settembre e marzo. «Queste indicazioni – ha detto – sono utili per collocare in modo corretto i trattamenti fitoterapici preventivi tesi a contrastare l’infezione primaria». Infine, riguardo a quella che è la problematica maggiore del vivaismo ornamentale, cioè la presenza di piante infestanti che richiedono l’uso di erbicidi come il glifosate, sono stati innanzi tutto studiati metodi e prodotti naturali in grado di rendere ancora più efficaci i pacciamanti legnosi già utilizzati nelle coltivazioni in vaso. Inoltre si è capito che una strada per risolvere il problema dell’eliminazione delle infestanti nelle coltivazioni in pieno campo potrebbe essere quella dell’utilizzo di colture di copertura (cover crops) «in grado di limitare lo sviluppo delle infestazioni», che possono essere utili «anche come casa per gli impollinatori e per tanti antagonisti di parassiti delle piante».
«Il percorso avviato con Autofitoviv – ha commentato il presidente di AVI Luca Magazzini - è molto importante dal punto di vista tecnico e le sperimentazioni e le soluzioni che sono emerse avranno modo di essere affinate e riproposte all’interno delle aziende, ma non è una cosa che si possa fare dall’oggi al domani. C’è bisogno di riflettere sui metodi, ottimizzarli, farli stare in piedi sia dal punto di vista dei risultati che della sostenibilità economica. Quindi un giudizio positivo, ma c’è bisogno di un ulteriore percorso di verifica e ottimizzazione nel quotidiano aziendale».
Al convegno era presente anche il Prof. Francesco Ferrini, attuale presidente del Distretto vivaistico-ornamentale di Pistoia, che ha evidenziato «l’importanza di questi progetti, perché se l’imprenditoria è supportata dal sistema pubblico e dalla ricerca allora diventa davvero vincente».
Per ulteriori informazioni sul progetto visitare il sito web autofitoviv.eu.
Sintesi delle relazioni dei ricercatori protagonisti di AutofitovivElisabetta Gargani (CREA DC) nella sua relazione “Ottimizzazione gestione fitosanitaria: Alien Pest”, dopo aver ricordato che il precoce ritrovamento di insetti esotici è una priorità assoluta, ha illustrato le trappole installate nei piazzali di carico e scarico dei vivai delle aziende partner per il monitoraggio: «Theysohn, Multi-funnel e Cross-vane, innescate con attrattivi generici (alfa pinene e alcool) e specifici (feromoni per Ips) e controllate una volta al mese». Le sue conclusioni sono che i sistemi di monitoraggio impiegati, tramite l’uso della tecnica del multi-lure trapping (combinazione di differenti attrattivi generici e feromoni specifici), hanno consentito di intercettare tempestivamente fitofagi (di 18 identità tassonomiche) presenti anche solo sporadicamente. Ma nessuna specie aliena è stata rinvenuta. Infine ha ricordato che sono state elaborate per i vivaisti delle schede puntuali per identificare e gestire gli organismi esotici, con particolare riguardo per gli insetti dannosi.
Nella successiva relazione, su “Ottimizzazione gestione fitosanitaria: Acari”, Sauro Simoni (CREA DC) ha spiegato di essersi concentrato, fra gli acari che possono creare problemi ai vivai, sugli eriofidi, che «hanno sviluppato un’alta specificità e complesse relazioni con le piante ospiti: le conifere, il cipresso in particolare»; e nello specifico soprattutto su Trisetacus juniperinus, che ha gravemente colpito cipressi in vivaio in varie parti del Paese. Tra i risultati, la conferma che la varietà di cipresso Cupressus sempervirens ‘Totem’ è meno suscettibile agli eriofidi rispetto a Cupressus sempervirens ‘Pyramidalis’ e, come indicazione sullo status dei vivai studiati, il riscontro di una positiva presenza di gruppi di acari diversi (biodiversità).
Poi Silvia Landi, che ha lavorato con Beatrice Carletti, (CREA DC), ha trattato la “Definizione di protocolli adeguati di campionamento di suolo e terricci per l’individuazione dei nematodi fitoparassiti e la messa a punto di metodi di controllo con prodotti a basso impatto ambientale”. Riguardo al monitoraggio dei terricci e del suolo, è risultato che i terricci più utilizzati nei vivai pistoiesi non costituiscono un fattore di rischio di introduzione di nematodi fitoparassiti (dannosi) e che le piante coltivate per l’intero ciclo produttivo nei substrati hanno mostrato una bassa infestazione. Però l’incidenza di nematodi fitoparassiti è risultata più alta nelle piante coltivate in terreno e ancor più quando le stesse, una volta zollate, sono state trasferite per la definitiva coltivazione in contenitore. Ha raccomandato, pertanto, riguardo ai metodi di difesa (cioè contenimento) in vaso dei nematodi fitoparassiti su piante provenienti da zolla, di campionare sempre i suoli prima dell’impianto e in caso di alta presenza di nematodi fitoparassiti di ricorrere alla biofumigazione con brassicacee (sovescio o interramento delle loro farine). «I prodotti naturali ad oggi sul mercato – ha detto - sono risultati poco efficaci» e fra di essi l’unico con qualche prospettiva pare l’Azadiractina.Nella relazione su “La gestione fitosanitaria in vivaio: rilevamento di Phytophthora spp. nel suolo e nelle acque di irrigazione” Anita Haegi (CREA DC) ha prima spiegato che la «prevenzione di marciumi radicali e del colletto causati da Phytophthora spp. deve partire dall’utilizzo di materiali esenti da questo patogeno» e poi ha reso noto che nei vivai analizzati «i terricci a base di torba sono risultati esenti da Phytophthora spp., quelli di cocco in un caso ne hanno manifestato presenza. Tuttavia, è da verificare se la contaminazione possa essere avvenuta con l’acqua utilizzata per reidratare i panetti di cocco disidratati». Rispetto all’analisi delle acque irrigue, il fatto che la presenza sia stata riscontrata all’interno del circuito idrico di un vivaio solo in alcuni punti dovrebbe stimolare le aziende a fare prevenzione.
Il lavoro “Messa a punto di metodi speditivi per il controllo di organismi nocivi in ingresso e monitoraggio per oidi e ruggini” di Nicola Luchi, Alberto Santini e la collaborazione di Giorgio Incrocci (CNR-IPSP) è stato presentato da Luchi. A proposito di metodi molecolari per diagnosticare precocemente la presenza di organismi nocivi sulle piante in ingresso nei vivai, sono stati ottimizzati alcuni protocolli diagnostici basati sull’amplificazione isotermica del DNA (LAMP) attraverso appositi strumenti portatili e sulla PCR quantitativa per alcune specie nocive tra cui Phytophthora ramorum, Xylella fastidiosa e Ceratocystis platani su piante ospiti. Riguardo al monitoraggio di oidi e ruggini, sono state usate trappole captaspore in vari punti dei vivai e poi si sono effettuate analisi del DNA, attraverso nuovi protocolli in grado di quantificare simultaneamente l’oidio (genere Erysiphe) e ruggini (genere Tranzschelia) nello stesso campione (duplex real-time PCR). Questi metodi hanno permesso l’identificazione dei periodi di maggiore sporulazione di tali patogeni, che consentono di limitare l’uso di antiparassitari ai periodi in cui sono davvero necessari.
“Controllo di fitofagi chiave delle colture ornamentali mediante l’impiego di mezzi sostenibili” era il titolo del lavoro svolto da Patrizia Sacchetti con Marzia Cristiana Rosi (Università di Firenze – DAGRI). Come illustrato dalla Prof.ssa Sacchetti, due attività svolte nei vivai partner sono state particolarmente interessanti: 1) L’applicazione sperimentale nei confronti della Grapholita molesta della tecnica del Mating Disruption (confusione sessuale) per la protezione di Prunus laurocerasus e Photinia, accompagnata da un numero di trattamenti insetticidi ridotto al minimo, ha dato ottimi risultati, con una percentuale di piante infestate inferiore rispetto alle aree di controllo trattate nel modo tradizionale coi mezzi chimici di sintesi. 2) L’impiego di nematodi o funghi entomopatogeni contro gli attacchi di Otiorhynchus spp. alle radici di Prunus laurocerasus ha permesso la totale eliminazione dei trattamenti chimici diretti contro quest’insetto.
Sonia Cacini (CREA OF) ha tenuto una relazione sulla “Messa a punto di sistemi di monitoraggio dedicati alla gestione fitosanitaria del vivaio”, lavoro svolto con Beatrice Nesi e Daniele Massa (CREA OF). Due le azioni in cui si è articolata la sua attività: 1) installazione di sensori per la verifica delle condizioni climatiche al fine di correlarle ai picchi di sporulazione per oidi e ruggini, oltre ai cicli di afidi e tignola del pesco; 2) caratterizzazione fisica e chimica dei substrati colturali e dell’acqua irrigua. Grazie all’azione 1 e alle correlazioni ricavate si sono potuti mettere a punto dei sistemi di alert ad hoc per i patogeni fungini da un lato e per gli insetti dall’altro. Come spiegato da Sonia Cacini, queste reti di monitoraggio microclimatico sono un ottimo supporto al controllo fitosanitario del vivaio e consentono una gestione razionale di acqua e fitofarmaci. Tuttavia, soprattutto a fronte della convivenza di sistemi colturali diversi e specie vegetali con esigenze differenti, sono costosi sia per l’acquisto e manutenzione della sensoristica che per la gestione dei servizi di raccolta ed elaborazione dei dati. Forse potrebbero essere adottate a livello di consorzi aziendali a seguito di apposite progettazioni di reti di stazioni meteo condivise.
Infine Stefano Benvenuti (Università di Pisa-DiSAAA-a) è intervenuto sulla “Gestione sostenibile della flora infestante nell’attività vivaistica”. Dopo aver ricordato fra l’altro che contro le malerbe l’erbicida chiave, oggetto di particolari criticità ambientali, è ancora il glifosate, ha spiegato che «le prospettive di valorizzazione agronomica del fenomeno dell’allelopatia [la competizione chimica o antagonismo radicale fra piante tramite il rilascio nel terreno di sostanze che inibiscono la crescita delle piante concorrenti vicine, ndr] hanno ispirato alcune sperimentazioni dedicate al contesto vivaistico. L’idea di utilizzare un materiale pacciamante con tale attitudine è stata intrapresa con diversificate sostanze allelopatiche. Risultati promettenti sono stati inoltre ottenuti con acido acetico e/o oli essenziali utilizzati come erbicidi naturali».
Per ulteriori approfondimenti, le relazioni delle attività di Autofitoviv si trovano in un opuscolo scaricabile pubblicato nella pagina dedicata ad Autofitoviv del sito dei Georgofili qua. E un report di presentazione delle linee di ricerca all’inzio del progetto era stato pubblicato qua.
L.S.
Elenco delle prove condotte presso le due aziende partner:
Vannucci Piante
- prove per la caratterizzazione fisica dei terricci prelevati nella sede operativa di Piuvica (Quarrata), ma comuni a tutti i vivai esterni della stessa azienda;
- prove tese a indagare la presenza di nematodi fitoparassiti nei terricci di invasatura;
- prove tese a indagare la presenza di nematodi fitoparassiti nel pacciamante, a base di scaglie di legno di latifoglie, utilizzato a copertura della superficie dei vasi per il contenimento delle infestanti;
- installazione nei piazzali di carico, presso la sede operativa di Piuvica, di trappole “Multifunnel” [nella foto accanto], “Theysohn” e “Cross-vane” per l’individuazione di insetti alieni;
- installazione, presso la sede operativa di Piuvica, di n° 3 captaspore per il monitoraggio dell’evoluzione di spore di oidio e ruggini durante l’anno;
- verifiche floristiche, tese a verificare la tipologia delle infestanti presenti nei contenitori e nelle aiuole di coltivazione, presso la sede operativa di Piuvica e il vivaio di Valenzatico (Quarrata);
- prove di monitoraggio di acari, condotte dal partner CREA DC, su conifere presso i vivai di Valenzatico (Quarrata) e Pontelungo (Pistoia);
- prove sperimentali sulla lotta a Grapholita molesta con la tecnica della mating disruption nei vivai di San Biagio (Pistoia), Ferruccia (Agliana) e S. Pantaleo (Pistoia);
- prove sperimentali sull’adozione della mating disruption contro Zeuzera pyrina, nel vivaio di San Pantaleo (Pistoia);
- prove sperimentali di formulati con effetto nematocida nei vivai di Bonelle (Pistoia) e Ponte Stella (Serravalle Pistoiese);
- prove sperimentali tese a individuare l’efficacia di formulati a base di nematodi entomopatogeni per la lotta a Otiorhynchus, su piante in contenitore nei vivai di San Biagio (Pistoia) e Piuvica (Quarrata);
- prove sperimentali nel vivaio di Piuvica (Quarrata), su piante di palme, tese al monitoraggio dello sfarfallamento di Paysandisia archon attraverso trappole adesive, formate da strisce colorate che simulano la struttura cromatica delle ali dell’altro sesso.
Innocenti e Mangoni Piante
- prove per la caratterizzazione fisica dei terricci utilizzati nel vivaio di Pistoia per la propagazione e successiva invasatura delle giovani piante e presso la sede di Chiazzano per la coltivazione della tipologia standard;
- prove tese a indagare la presenza di nematodi fitoparassiti nei vari terricci di invasatura;
- prove tese a indagare la presenza di Phytophthora spp. nei terricci di radicazione delle talee presso il vivaio di Pistoia;
- prove tese a indagare la presenza di Phytophthora spp. nell’acqua utilizzata per la radicazione delle talee che per quella destinata all’intera irrigazione del vivaio di Pistoia e presente nel lago di stoccaggio;
- prove tese a indagare la presenza di Phytophthora spp. nell’acqua proveniente dai pozzi che in quella proveniente dal torrente Brana, entrambe destinate al riempimento del lago di stoccaggio nel vivaio di Pistoia;
- prove sperimentali applicando la tecnica del mating disruption su Zeuzera pyrina, nel vivaio di piena terra, in località Oste, nel comune di Montemurlo;
- installazione nei piazzali di carico di trappole “Multifunnel” e “Theysohn” [in foto] per l’individuazione di insetti alieni presso la sede di Chiazzano;
- installazione di n° 2 captaspore, per il monitoraggio dell’evoluzione delle spore di oidio durante l’anno, presso il vivaio di piena terra in località Oste, nel comune di Montemurlo;
- prove sperimentali di impiego di olii essenziali per il contenimento delle malerbe su strato pacciamante, distribuito sulla superficie dei contenitori, destinati alla coltivazione di giovani piante, presso il vivaio di Pistoia;
- prove di monitoraggio sull’eriofide del cipresso, condotte dal partner CREA DC nel vivaio di Pistoia e nel vivaio di Chiazzano.




