Il Paesaggista
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- Scritto da Andrea Vitali
Questo progetto realizzato nel 2018 da Junya Ishigami che vi presentiamo su Floraviva è un esempio concreto di come portare la natura dalla nostra parte.
Sono stati trapiantati in maniera attenta 318 alberi che, in questa fase, appaiono per quello che sono: creature innocenti nelle mani dell’uomo, serviranno al tentativo di ricreare l’equilibrio naturale attraverso la saggezza umana. Il rapporto tra uomo e natura è spesso artificiale; se si crea un giardino, abbiamo già fatto un artificio perché esso è un foglio bianco su cui l’uomo disegna.
Per creare questo giardino acquatico gli alberi sono stati trapiantati da poco distante. Un luogo molto boscoso tra collina e pianura agricola che è stato trasformato in una zona residenziale con tanto di ristorante, un resort culturale a un’ora di treno da Tokyo, molto ambito dai cittadini più facoltosi come ritiro estivo. Il giardino di Junya Ishigami è accessibile ai visitatori di questa zona ma, soprattutto ha permesso agli alberi di continuare a vivere e avere un impatto positivo sulla vita umana. Il giardino è stato completato nel 2018 considerato un luogo filosofico che riflette l’io interiore di chi lo visita.
Per sradicare gli alberi senza danneggiarli o spezzarli sono state impiegate macchine specializzate molto rare, sono stati spostati quattro alberi al giorno.
Passeggiare e osservare questo luogo significa percepire la fragilità della natura ma è anche evidente che c’è qualcosa di innaturale, si intuisce dal modo in cui sono stati trapiantati gli alberi. C’è una relazione tra le geometrie sinuose delle isole e la centralità degli alberi piantati in esse.
L’aspetto di questo giardino cambia con le stagioni. In autunno il fogliame si accumula sul fondo degli stagni. L’inverno lo rende desolante ma è perfetto per una camminata solitaria, l’aria pungente e il freddo rinvigoriscono i sensi.
Il paesaggista è una rubrica curata da Anne Claire Budin
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- Scritto da Andrea Vitali
Architetto e paesaggista ma anche autore, educatore, progettista industriale e polemista, Gabriel Guevrekian nasce a Costantinopoli nel 1900, di origine armena, cresce a Teheran poi trasferirsi a Vienna, con uno zio architetto, dove studia con Oskar Strnad e Josef Hoffmann.
Si trasferisce a Parigi nel 1921, lavora con Le Corbusier, André Lurçat, Sigfried Giedion, Henri Sauvage e Robert Mallet-Stevens con cui collaborò alla progettazione di rue Mallet-Stevens, in particolare l'allestimento dell'Hôtel Martel per i fratelli Jean e Joël Martel, e il giardino cubista di Villa Noailles a Hyères. Dal 1926 lavora come architetto indipendente e nel 1928 è tra i fondatori del Congresso Internazionale di Architettura.
Nel 1933 il governo iraniano lo invita a costruire edifici pubblici. Nel 1937 si trasferisce a Londra per tre anni, nessuno dei progetti di quel periodo è realizzato.
Torna a Parigi nel 1940, dove sviluppa l’idea delle case prefabbricate, ma rifiuta di lavorare per il governo di Vichy. Dopo la seconda guerra mondiale lavora con Georges-Henri Pingusson alla ricostruzione di Saarbrücken.
Alla fine degli anni ’40 parte per gli Stati Uniti, nel 1955 diventa cittadino americano e si dedica all’insegnamento, prima all’Auburn University in Alabama, poi all’Università dell’Illinois, dove rimane fino al suo pensionamento nel 1969. Torna in Francia, muore a Antibes il 29 ottobre 1970.
Gabriel Guevrekian oggi è ricordato soprattutto per i tre piccoli giardini progettati tra il 1925 e il 1928, in altre parole il giardino temporaneo per l'Exposition Internationale des Arts Decoratifs et Industriels Modernes del 1925 a Parigi, spesso detto “Il giardino dell'acqua e della luce”, il piccolo giardino triangolare di Villa Noailles a Hyères (1926-27) e i giardini terrazzati di Villa Heim (Neuilly, 1928).
I giardini di Parigi e Hyères, sono simili formalmente e concettualmente, sono fondamentali per comprendere la visione ricevuta dell'opera di Guevrekian.
JCN Forestier, il capo progettista dei terreni per l'esposizione di Parigi, incaricò Guevrekian di progettare un piccolo giardino con l'intenzione di creare qualcosa che fosse allo stesso tempo “persiano” e “moderno”. Il giardino era di forma triangolare, costituito da piscine riflettenti anch’esse triangolari a più livelli e aiuole. Al centro dell'insieme c'era una sfera di vetro colorato a propulsione elettrica e illuminata internamente.
Fletcher Steele ha osservato: "Il globo a specchio che ruota lentamente per riflettere le luci è piuttosto un trucco da night club che un serio tentativo di decorazione del giardino. Però riesce perfettamente a focalizzare l'interesse e ad alleviare, con la sua posizione inaspettata, quello che altrimenti sarebbe uno schema del tutto rigido ".
Dopo aver visto il giardino temporaneo di Guevrekian all'Esposizione di Parigi del 1925, il visconte Charles de Noailles scrisse a Mallet-Stevens suggerendo che Guevrekian fosse trattenuto per fare un giardino per la villa che Mallet-Stevens stava allora progettando per i Noailles a Hyères, Guevrekian, era entrato a far parte dello studio di Mallet-Stevens nel 1922.
La villa doveva essere un tour de force artistico e architettonico, dimostrando il patrocinio dell'arte d'avanguardia di Charles e Marie-Laure Noailles. Oltre a Mallet-Stevens e Guevrekian, Pierre Chareau, Theo van Doesburg, Eileen Gray, Henri Laurens, Jacques Lipchitz e Jan e Joël Martel hanno contribuito alla villa.
I giardini di Parigi e Hyères sono simili in un certo numero di aree chiave. Ciascuno era bilateralmente simmetrico e triangolare e aveva, come punto focale, un elemento scultoreo rotante. Nel giardino di Parigi, la sfera di Barillet occupava il centro dell'insieme; il fulcro del giardino di Hyères era il bronzo di Jacques Lipchitz, Joie de Vivre, che si librava e ruotava sopra l'apice del giardino. Di là dalle somiglianze formali dei giardini di Parigi e Hyères, condividono idee chiave e dispositivi tematici. Uno dei più critici di questi è il tema della riflessione, indicato dal modo in cui Guevrekian ha rappresentato i suoi progetti nei disegni, dai materiali con cui sono stati costruiti e, in parte, da come li si è vissuti.
Il paesaggista è una rubrica curata da Anne Claire Budin
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Cecil Pinsent nasce a Montevideo, in Uruguay nel 1884 e, sebbene sia cresciuto in Inghilterra, un qualcosa di “espatriato” gli resta addosso per tutta la vita. Della sua carriera fa un percorso ammirevole, sebbene abbia dovuto vivere due guerre mondiali. I suoi studi di progettazione furono molto apprezzati e si svolsero principalmente a Firenze e dintorni. In precedenza fu studente illustre sia alla scuola dell’Associazione di Architettura, dove nel 1906 vinse la medaglia Banisten e la borsa di studio, sia alla Royal Academy, finché un contatto personale gli permise di trasferirsi in Italia.
Per Pinsent non fu certo il periodo storico ideale per muovere i primi passi della sua professione visto che, di lì a poco, scoppiò la Prima Guerra Mondiale, nonostante questo lo storico d’arte Bernard Berenson e sua moglie furono suoi clienti e, il loro amico, Geoffrey Scott, teorico dell’architettura e autore di “The Architecture of Humanism”, per un certo periodo fu suo collaboratore.
Negli anni ’20, nell’immediato dopo guerra, i progetti arrivarono numerosi. Pinsent si trovò al centro di una fitta rete di anglo-fiorentini, in molti avevano acquistato ville sulle colline tra Settignano e Fiesole. Ci fu inoltre un notevole interesse popolare per il giardinaggio paesaggistico, influenzato dal sondaggio “I giardini Italiani del Rinascimento” che Geoffrey Jellicoe pubblicò nel 1925.
Jellicoe dichiarò che Pinsent fu il suo primo maestro nell’arte di posizionare gli edifici nel paesaggio. I due si incontrarono casualmente nel 1923 a Villa Papiniano, dove Pinsent aveva ricevuto l’incarico da Hugh Sartorius Whitaker di progettare un ripido pendio sotto l'abitazione, un superbo giardino formale e un “bosco” informale a circondare una piscina.
Tra i progetti che Cecil Pinsent realizza in Toscana, possiamo citare Villa i Tetti commissionatagli dai Berenson, Villa Le Balze per conto del filosofo americano Charles. Strong e La Foce per il Marchese della Val d’Orcia e sua moglie, la scrittrice Iris Origo. Questo progetto portò, tra gli altri, miglioramenti sociali e un’infinità di grazie nella combinazione tra giardini formali, informali e paesaggio circostante.
Furono numerosi i lavori che Jellicoe realizzò in Inghilterra, aiutato soprattutto dai lavori pubblici, si può affermare invece che Cecil Pinsent avesse la Toscana in pugno. Durante la Seconda Guerra Mondiale si occupò perfino della protezione del patrimonio italiano danneggiato dalle truppe naziste. Di Pinsent si dice anche che fosse un uomo attraente, con molte corteggiatrici ma che, non si sposò mai. “L’architettura è un amante gelosa”. Così sia!
Il paesaggista è una rubrica curata da Anne Claire Budin
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Uno dei più grandi paesaggisti inglesi del ‘900 è stato Russell Page (1906-1985), nato nel Lincoshire inizia a dedicarsi al giardinaggio fin da bambino, da adolescente, durante le vacanze estive, lavora in molti giardini.
S’iscrive a una scuola d’arte e riceve un’istruzione come pittore, questo in futuro gli sarà molto utile. Si trasferisce poi a Parigi per completare gli studi e, in questo periodo, conosce André de Vilmarin, la cui famiglia commerciava in semenze e piante da circa 200 anni, tra i due nasce una collaborazione e iniziano a dedicarsi all’arte dei giardini.
Nel 1932 Page torna in Inghilterra, dove si dedicherà completamente alla progettazione di giardini, collaborando per un periodo con un altro famoso paesaggista inglese, Jeoffrey Jellicoe, dopodiché prosegue la sua carriera da solo.
Russell Page ha disegnato centinaia di giardini in tutto il mondo: Francia, Inghilterra, Belgio, Svizzera, Olanda, Spagna, Italia, Sudamerica, Stati Uniti.
Non è semplice trovare nei progetti da lui realizzati un motivo comune, uno stile facilmente rintracciabile.
Page è celebre per i disegni formali e simmetrici e le piante potate, in realtà, ha sempre adattato i suoi giardini alla peculiarità del luogo, al carattere dell’edificio e all’ambiente. Molteplici le sue influenze, ha ammesso di essere stato ispirato dal giardino di Hidcote visitato in gioventù, dai suoi viaggi in Oriente, dalla tradizione francese.
Russell Page ha scritto un solo libro, un vero tesoro d’idee, informazioni e consigli pratici, che s’intitola “The Education of a gardener”, libro che chiunque si interessi di giardini dovrebbe leggere.
Il paesaggista è una rubrica curata da Anne Claire Budin
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Alex Hanazaki architetto del paesaggio e non semplicemente uno dei tanti discepoli di Roberto Burle Marx, bensì uno dei più grandi nomi del paesaggio brasiliano contemporaneo.
Il suo studio, a San Paolo, è uno dei pochi in Brasile ad essere specializzato nei progetti architettonici per aree esterne.
Hanazaki afferma “Il paesaggio è qualità della vita e mi piace trattare questa qualità come arte”, come dargli torto?
La maggior parte delle sue proposte sono incentrate sulla costruzione di paesaggi naturali, che hanno il merito di richiedere poche risorse e manutenzione.
Il suo team ha progettato soluzioni senza tempo, mescolando idee moderniste, brutalismo brasiliano e tropicalismo, ma è dalla natura che arriva l’ispirazione per tutte le forme, i colori, le texture degli ambienti creati dai progetti di Alex Hanazaki, che infatti confessa: “come paesaggista, cerco sempre di copiare la natura”.
Durante la sua formazione in Architettura e Urbanistica ha conciliato il lavoro in vari uffici di settore, questo ha aiutato Hanazaki a sviluppare la sua conoscenza pratica in diverse aree, fino a che non ha scoperto la sua vera vocazione. Attraverso un percorso complementare agli studi ufficiali ha ottenuto la sua risposta, ovvero: il paesaggio.
Il suo nome appare in diverse pubblicazioni di architettura ma, recentemente, Alex Hanazaki ha realizzato un’impresa che nessun altro designer brasiliano aveva raggiunto prima: per ben due anni consecutivi, nel 2014 e nel 2017, ha ricevuto i Professional Award dall’ASLA – American Society of Landscape Architects. È stato nominato uno dei migliori giardinieri del mondo.
Hanazaki progetta ambienti ricchi di diversità, sia negli elementi vegetali che nelle forme geometriche. Il suo è un rigore estetico sommo, che potremmo definire al limite del perfezionismo estremo ma, allo stesso tempo, esplora e fa esplorare esperienze sensoriali insolite.
La sua sfida? Creare giardini come opere d’arte.
I suoi giardini sono molto architettonici, la caratteristica principale dei suoi progetti è domandare ad alcuni materiali artificiali di unirsi in modo armonioso, esattamente come potrebbe accadere nell’ambiente naturale.
I volumi, con i loro diversi colori e trame, a volte generando movimenti o suoni, rappresentano come attori sul palcoscenico tutti e 5 gli elementi: terra, fuoco, legno, metallo, acqua.
Questo è più evidente nell’inserimento dei giardini verticali, camini e cascate.
La vegetazione è un elemento che integra e completa la sua architettura esterna. Ogni piccolo elemento e carico di memoria emotiva, una testimonianza della storia dell’architetto, di cui è così orgoglioso.
Con i toni della terra rappresenta, negli interni, la sua giovinezza, dalla sottile incidenza della luce naturale e da elementi di sostenibilità.
La sua fase urbana e cosmopolita è legata ai toni più grigi e all’impiego di alta tecnologia, come illuminazione a LED.
Il paesaggista è una rubrica curata da Anne Claire Budin