Filiera olivo-olio
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Il presidente dell’Anve Capitanio fa il punto sull’emergenza Xylella in Puglia per frenare le opposte speculazioni: politiche in Italia sulle misure fitosanitarie europee e commerciali all’estero verso i prodotti italiani. Esposto alla Procura di Bari contro chi diffonde false notizie. Ci sono stati ritardi, ma ora assicura Anve: estirpate tutte le piante infette del monitoraggio 2016-17 e in corso di completamento l’estirpazione di quelle individuate nel 2017-18. Mai colpiti i vivai, «ma solo appezzamenti olivicoli».
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Per il presidente del Consorzio nazionale degli olivicoltori «le piroette di Coldiretti e Federolio sono la testimonianza di un golpe al made in Italy fallito». Le prove che le miscele con oli d’oliva non italiani erano comprese nel contratto di filiera: un comunicato di Federolio e un audio dell’intervento del segretario di Coldiretti.
«Una settimana per arrivare ad una sconclusionata e falsa precisazione, 48 ore per capovolgere il contenuto di un loro stesso comunicato, il quadro è ormai chiaro: le piroette di Coldiretti e Federolio ormai provocano disgusto e tristezza e sono la testimonianza di un golpe al made in Italy fallito: a pagare le conseguenze delle loro azioni, però, sono sempre i produttori e i consumatori».
Inizia così il comunicato stampa con cui il presidente del Consorzio nazionale degli olivicoltori (Cno) Gennaro Sicolo ha replicato il 9 luglio alla smentita di Coldiretti del 5 luglio (vedi) sulla circostanza che il contratto di filiera presentato il 28 giugno (vedi) riguardasse anche miscele d’olio d’oliva, da commercializzare con il nome “Italico”, contenenti solo il 50% di vero extravergine made in Italy. E fosse quindi, come argomentato in un comunicato di Olivicoltori Toscani Associati, una sorta di iniziativa “Italian sounding”, oltretutto a prezzi inadeguati per i costi di produzione dei nostri olivicoltori, ad opera proprio di chi come Coldiretti per anni ha lanciato strali contro i falsi prodotti italiani (vedi).
«Invece di chiedere scusa – continua la nota di Gennaro Sicolo - hanno bollato come “fake news” tutte le notizie degli ultimi dieci giorni, a partire dalle loro stesse parole e dai loro stessi comunicati: l’unica fake news in realtà è l’impegno di Coldiretti e Federolio per la tutela dell’olivicoltura italiana e del Made in Italy. È evidente come i protagonisti di questa farsa siano stati colti con le mani nella marmellata, anzi nelle miscele di olio che vogliono far passare come prodotto Made in Italy. La bocciatura senza appello del Ministro, la reazione di chi tutela realmente il Made in Italy, la presa di posizione dura dei consumatori e la valanga di proteste sui social e sui territori hanno prodotto questo passo indietro improvviso e sorprendente, soprattutto perché i protagonisti di questo accordo farlocco fino a qualche ora fa difendevano con dichiarazioni e comunicati la porcheria partorita chiamata Italico».
A sostegno di queste affermazioni, Cno ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica due fatti.
Primo, l’incipit di un comunicato di Federolio, in replica alle critiche di Assitol (Associazione italiana dell’industria olearia), in cui viene esplicitamente ammesso che l’accordo Federolio-Coldiretti «punta a premiare un blend con un 50% di olio italiano».
Secondo, una registrazione audio di una parte dell’intervento del segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo all’incontro del 28 giugno in cui è stato presentato il maxiaccordo di filiera fra Coldiretti, Unaprol e Federolio, nel quale si è così espresso: «…perché noi crediamo nei contratti di filiera? Perché la pluriennalità dell’accordo consentirà una programmazione che fino a oggi non c’è mai stata anche nell’olio. Perché le grandi oscillazioni nel prezzo sono la causa delle grandi difficoltà che sia l’industria sia il comparto praticamente stanno vivendo. Poi abbiamo un obiettivo, perché le cose devi tradurle con una parola d’ordine: come si considererà il patriottismo delle imprese olivicole e delle industrie olivicole italiane? Quelle che tenderanno nel brevissimo tempo ad arrivare a blend che contengono almeno il 50% di olio italiano, e siccome questo fa parte integrante, perché dico 50%? Perché non è che noi veniamo dal mondo della luna. Noi siamo importatori netti in tutte quante le filiere. Chiediamo questo, nient’altro che questo: di stare insieme dentro questo tipo di accordo, perché è un accordo che può consentire a una filiera come quella dell’olio di potersi in qualche modo rappresentare come il massimo dell’italianità. Per me il massimo del made in Italy di una qualsiasi industria qui rappresentata è quella industria che possa dimostrare che all’interno dei suoi blend c’è almeno il 50% di olio extravergine d’oliva italiano, piuttosto che dell’olio italiano, piuttosto che ‘Ma io faccio il 100%!’ Vabbè, te daremo la palma con la biga qui sulla via che ce porta verso Roma (…)».
Infine, dietro alle affermazioni di Sicolo sulle motivazioni della retromarcia di Coldiretti, secondo quanto rivelato da un articolo di Italia Oggi dell’11 luglio, ci sarebbe un parere informale negativo, dal punto di vista legale, al progetto “Italico” da parte dell’Ispettorato per la repressione delle frodi del Ministero delle politiche agricole. In sostanza, par di capire, un prodotto del genere, come nei classici casi di Italian sounding, evocherebbe una completa italianità che non c’è.![]()
L.S.
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Sandro Piccini, presidente della Olivicoltori Toscani Associati, lancia l'allarme sull'accordo di filiera fra Coldiretti e Federolio: alcune industrie acquisteranno olio extravergine d’oliva a 4 €/Kg, ben al di sotto del costo medio di produzione regionale (7 €/Kg), da utilizzare per il progetto “Italico”, miscela di oli italiani, comunitari ed extracomunitari.
«L’accordo di filiera Coldiretti-Federolio non riconosce il giusto valore all’olio extravergine d’oliva toscano e serve a sdoganare le miscele di oli italiani con oli comunitari ed extracomunitari: la Toscana olivicola darà battaglia per tutelare la dignità dei produttori, il futuro del prodotto e la salute dei consumatori». È una presa di posizione dura, senza sconti, quella di Sandro Piccini, presidente della Olivicoltori Toscani Associati.
Sotto accusa dunque il patto tra Coldiretti e Federolio presentato nei giorni scorsi a Roma. Gravi, in particolare per Olivicoltori Toscani Associati, sono le parole del segretario generale di Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, secondo cui «il massimo del Made in Italy è quella industria che possa dimostrare che all’interno dei suoi blend c’è almeno il 50% di olio extravergine d’oliva italiano».
Piccini pensa che queste affermazioni e questo accordo mettano a serio rischio il futuro di migliaia di famiglie toscane che vivono grazie all’eccellenza dell'olio, simbolo del Made in Italy. Come si evince da interviste e dichiarazioni, sottolinea Piccini, l'olio italiano «verrebbe utilizzato per sdoganare il progetto “Italico”, miscela di oli italiani con oli comunitari ed extracomunitari, tanto caro ad alcune aziende e ai vertici di Coldiretti».
«Ci opporremo con tutte le forze perché non possiamo consentire a Coldiretti e Federolio di mettere sul lastrico, attraverso la svendita dell’olio extravergine d’oliva, centinaia di migliaia di olivicoltori toscani», ha rimarcato Piccini. «Invito i produttori, i consumatori e tutti i cittadini a sottoscrivere la petizione lanciata dal Consorzio Nazionale degli Olivicoltori a tutela dell’olio extravergine d’oliva italiano, dei produttori e della salute dei consumatori per lanciare un messaggio forte al Governo Nazionale affinché prenda le distanze da questo attentato al Made in Italy», ha concluso il presidente Sandro Piccini.
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L’accordo è stato siglato da Coldiretti, Unaprol, Federolio e Fai spa (Filiera agricola italiana) e vale 10 milioni di kg e 50 milioni di euro. Gesmundo (Coldiretti): «il mondo della produzione e quello della trasformazione sono ormai legati da un destino indissolubile». Granieri (Unaprol): «un nuovo modello per difenderci dalle aggressioni commerciali». Tabano (Federolio): «gli amici della produzione vanno aiutati, noi abbiamo bisogno di un maggiore quantitativo di olio».
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Un dispositivo capace, grazie alla sua elevata sensibilità e portabilità, di diagnosticare in tempi rapidi la presenza del batterio Xylella negli olivi. Un biosensore innovativo che costituisce un importante passo avanti verso la diagnostica in-situ.
E’ il frutto del lavoro di un gruppo di ricerca congiunto tra Università del Salento e Cnr Nanotec di Lecce i cui risultati sono stati pubblicati in questi giorni su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature. Come hanno spiegato due degli autori dello studio, Serena Chiriacò e Andrea Luvisi, si tratta di un dispositivo diagnostico prototipale, basato su microsensori, per la rilevazione sulle piante di olivo della Xylella fastidiosa, il batterio che vive e si riproduce all'interno dei vasi xilematici degli ulivi e altri generi di piante.
Il rilevamento di Xylella fastidiosa viene solitamente eseguito con tecniche di laboratorio (Elisa e Pcr). In questo lavoro, invece, ha affermato Serena Chiriacò, ricercatrice Cnr, «i due metodi tradizionali sono stati confrontati con il nuovo test elaborato su biochip elettrochimici, ottenendo risultati sovrapponibili a quelli dei test tradizionali, ma con vantaggi significativi in termini di costi e tempo impiegato per l’analisi». «Lo sviluppo di nuove tecniche diagnostiche – ha commentato Andrea Luvisi, ricercatore dell’Università del Salento - rappresenta un’utile risorsa per le azioni di monitoraggio, attività imprescindibile per il contenimento dell’epidemia».
Il lavoro, spiegano gli autori della pubblicazione, è stato possibile grazie alla composizione di un team fortemente interdisciplinare, con la presenza di patologi e fisiologi vegetali, biologi, biotecnologi e fisici, che hanno lavorato insieme alla realizzazione del biosensore in grado di rilevare la presenza del fitopatogeno.
Il lab-on-chip realizzato comprende anche un modulo microfluidico che consente di effettuare l’analisi su piccoli volumi di campione, e le sue prestazioni sono competitive rispetto ai metodi diagnostici convenzionali, ma con gli ulteriori vantaggi di portabilità (l’intero dispositivo misura pochi centimetri quadrati), costi contenuti e facilità d'uso. Una volta industrializzata, la tecnologia proposta potrà fornire un metodo di analisi made in Salento, utile per attuare uno screening su larga scala.
Riferimenti per informazioni: Serena Chiriacò, ricercatrice Cnr, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; Andrea Luvisi, ricercatore di Patologia vegetale dell’Università del Salento Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
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