Il vivaista
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Tra le istanze di Confagricoltura intorno al ddl sul florovivaismo, la previsione di una differenziazione nel Piano di settore fra vivaismo e floricoltura, l’autorizzazione di distretti solo in aree davvero vocate, evitare la proliferazione di marchi senza una valutazione dell’impatto su quelli esistenti. Giansanti: i risultati ottenuti dal settore durante la pandemia frutto della collaborazione di tutti. Il valore alla produzione del florovivaismo italiano è di 2,6 miliardi di euro e la bilancia commerciale ha un saldo attivo di oltre 400 milioni di euro.
Nel corso dell’audizione di ieri pomeriggio in Commissione Agricoltura al Senato, per la discussione sul disegno di legge “Disposizioni per la disciplina, la promozione e la valorizzazione delle attività del settore florovivaistico”, Confagricoltura ha ribadito l’importanza del verde e dei suoi numerosi effetti positivi sul paesaggio, sulla salute dei cittadini, sul benessere della collettività e sull’occupazione.
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Da una serie di indagini risulta che il 68% di italiani cerca piante dei nostri vivai per le proprie abitazioni, che nell’anno della pandemia è raddoppiato l’interesse per case con giardino, che il 74% delle famiglie ha almeno un balcone e che le vacanze di 3 milioni di connazionali saranno in parchi e oasi naturalistiche. Il presidente di Coldiretti Prandini: benissimo anche l’export di piante, con un «aumento record del 33% nel primo trimestre del 2021».
«Con la pandemia quasi 7 italiani su 10 (68%) vanno a caccia di piante nei vivai per abbellire le proprie case e i giardini, per combattere afa e caldo, per difendersi da zanzare e insetti molesti o addirittura per coltivare direttamente frutta e ortaggi da portare in tavola».
E’ quanto emerso dall’indagine Coldiretti/Ixe’ diffusa circa una settimana fa in occasione di un incontro sul tema “Il vivaismo italiano post Covid-19”. Segno che l’emergenza sanitaria «ha cambiato le priorità dei cittadini facendo esplodere il bisogno di verde nelle case, nelle città e sul territorio nazionale».
«Una vera piante-mania – ha sottolineato la Coldiretti – evidenziata dalla stessa Bankitalia che nell’ultima relazione annuale del Governatore Ignazio Visco ha rilevato come nell’anno della pandemia sia raddoppiato l’interesse per le case con giardino con un profondo cambiamento nel mercato immobiliare spinto dalla voglia degli italiani di spazi verdi sia all’interno che all’esterno delle abitazioni». E «per godersi un po’ di piante il 74% delle famiglie – ha reso noto Coldiretti sulla base di dati di Gfk Sinottica - può contare almeno su un balcone, mentre il 42% vive proprio in una casa con giardino, che nell’anno della pandemia è stato un vero e proprio sfogo per adulti e bambini». Inoltre, osserva Coldiretti, «se in passato erano soprattutto i più anziani ad avere il pollice verde, memori spesso di un tempo vissuto in campagna, adesso la passione per le piante dopo le lunghe settimane di lockdown si sta diffondendo anche tra i più giovani o tra persone che di solito non si occupavano di vasi, torbe e trapianti».
«Non a caso – continua la nota di Coldiretti - la voglia di verde esplosa con l’emergenza Covid spinge tre milioni di italiani a trascorrere le vacanze estive 2021 in parchi, oasi naturalistiche e riserve. Le limitazioni adottate per arginare i contagi hanno rafforzato la voglia di stare nel verde insieme a una nuova sensibilità ambientale che si esprime anche nei quasi 90 milioni di metri quadrati di parchi urbani nelle città capoluogo di provincia in Italia, dove dal 28 giugno si può andare senza indossare la mascherina a meno che non ci siano assembramenti».
L’uscita dalla pandemia ha rafforzato la voglia di verde degli italiani, ma prima il settore florovivaistico aveva pagato «un prezzo pesantissimo all’emergenza Covid con un crack da 1,7 miliardi di euro. Un vero e proprio tsunami senza precedenti nella storia dell’Italia con l’azzeramento di eventi pubblici, fiere e assemblee, cresime, comunioni, battesimi e sposalizi, oltre al rallentamento se non la paralisi della manutenzione di parchi e giardini e degli investimenti in verde pubblico». «Il settore florovivaistico – ha dichiarato il presidente di Coldiretti Ettore Prandini - è fra quelli più duramente colpiti dagli effetti economici generati dalla pandemia, ma dimostrando una grande capacità di resilienza è anche fra quelli che si sta riprendendo più rapidamente con una forte domanda anche dall’estero, dove si registra un aumento record del 33% delle esportazioni di piante Made in Italy nel primo trimestre del 2021». Come evidenziato da Prandini, il florovivaismo è «un comparto chiave del Made in Italy agroalimentare che offre circa 200mila posti di lavoro con un valore della produzione italiana di fiori e piante che arriva a 2,7 miliardi di euro».
Redazione
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Il 30 giugno webinar per fare il punto della situazione sull’efficientamento dei trattamenti fitosanitari organizzato dalle tre agenzie di sviluppo regionali di Basilicata, Marche e Sardegna con il patrocinio di Aipp ed Enama e la collaborazione di AgroNotizie. Si parlerà anche dell’esperienza di rete fra le tre regioni nella gestione dei controlli funzionali.
«Un efficace utilizzo delle macchine irroratrici è un aspetto importante della sostenibilità dell'uso dei prodotti fitosanitari. Aver reso obbligatorio dal 2017 il controllo funzionale di queste macchine per tutte le aziende agricole europee è stato un passaggio importante ma solo propedeutico al loro uso razionale. L'efficacia della distribuzione del prodotto fitosanitario, infatti, si ottiene solo con un'adeguata regolazione dell'irroratrice che, una volta controllata, va adattata alle specifiche condizioni di utilizzo in campo, intervenendo sui parametri tecnici».
Questa la motivazione alla base del webinar “Dal controllo alla regolazione delle irroratrici – fare rete per la sostenibilità dei trattamenti fitosanitari” in programma su Zoom mercoledì 30 giugno, a partire dalle ore 10. A organizzarlo sono le tre agenzie di sviluppo regionali di Basilicata, Marche e Sardegna, Alsia, Assam e Laore, con il patrocinio di Aipp – Associazione italiana per la protezione delle piante ed Enama – Ente nazionale per la meccanizzazione agricola e la collaborazione di AgroNotizie, media partner dell'evento.
«L’elevato numero di irroratrici in uso in Italia e l'ampia tipologia – viene spiegato nella presentazione della conferenza online - ha comportato un notevole sforzo organizzativo a livello nazionale e regionale per attivare la rete dei Centri prova accreditati che attualmente è sostanzialmente a regime. L'attenzione dei servizi pubblici di divulgazione e consulenza dovrebbe ora concentrarsi sui metodi di regolazione delle irroratrici, migliorando la competenza tecnica degli operatori, spesso inadeguata».
Nel webinar si farà il punto della situazione sull'efficientamento dei trattamenti fitosanitari a livello nazionale ed europeo e sarà presentata un'attività di collaborazione che le tre regioni coinvolte hanno avviato sia nella gestione dei controlli funzionali che nella divulgazione della regolazione, con interessanti sinergie.
Per partecipare all'incontro è necessario iscriversi a questo link, il numero massimo di partecipanti è 500.
Programma
L'incontro, moderato da Arturo Caponero di Alsia Basilicata, si aprirà con i saluti di Gianfranco Romanazzi, presidente di Aipp, Aniello Crescenzi, direttore di Alsia, Andrea Bordoni, direttore di Assam e Marcello Onorato, direttore di Laore Sardegna.
Seguirà la commemorazione di Angelo Zannotti, già responsabile del Servizio per il controllo funzionale e regolazione delle macchine irroratrici della Regione Marche.
Spazio poi agli interventi, di 15 minuti ciascuno:
- Paolo Balsari, Disafa, Università degli studi di Torino, “L'efficienza dei trattamenti fitosanitari per la strategia Farm to fork”,
- Emilio Gil, Upc, Università politecnica della Catalogna, “Irroratrici: la formazione e la diffusione della conoscenza, i pilastri per un'agricoltura migliore”.
- Pasquale Falzarano, Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf), “Gestione delle irroratrici in Italia. Cosa prevederà il prossimo Pan”
- Giulio Cesare Corradetti, Regione Marche, e Sergio Mallucci, Assam Marche, “La gestione dei controlli nelle Marche e lo sviluppo del software Irrora”.
- Salvatore Aresu, Laore Sardegna, “Le decisioni in campo: i risultati che contano. Sinergie regionali fra Basilicata, Marche e Sardegna”.
Seguiranno gli interventi programmati degli assessori all'Agricoltura di Basilicata, Marche e Sardegna, la discussione. Le conclusioni sono previste per le ore 13.
Il programma può essere scaricato qua.
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All’assemblea distrettuale del 2 luglio terminano i due mandati da presidente di Francesco Mati, durante i quali il vivaismo pistoiese ha saputo superare con forza varie crisi, e si vota il successore. Cia Toscana Centro propone il prof. Francesco Ferrini, luminare di arboricoltura dell’Università di Firenze. Magazzini (presidente di Avi, soggetto referente del distretto): «c’è bisogno di una figura super partes». Mati: «Ferrini ha le competenze giuste, perché è uno dei massimi esperti di coltivazioni arboree a livello internazionale».
Venerdì 2 luglio, presso il Circolo di Masiano, si svolgerà l’assemblea del Distretto vivaistico ornamentale di Pistoia che segnerà la fine dei due mandati con la presidenza di Francesco Mati e in cui verrà scelto il suo successore. E un candidato eccellente c’è già: Francesco Ferrini, professore ordinario di “Arboricoltura generale e coltivazioni arboree” dell’Università di Firenze, membro dell’Accademia dei Georgofili, fra i massimi esperti a livello internazionale di arboricoltura urbana. Lo ha proposto nei giorni scorsi il presidente di Cia Toscana Centro Sandro Orlandini.
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Confagricoltura ha reso noto che l’indagine preliminare del gruppo di valutazione del glifosato incaricato dalla Commissione europea non prevede «una modifica alla classificazione esistente». Giansanti: «confidiamo che il prosieguo delle valutazioni sia ispirato dal massimo rigore per la piena tutela di tutte le parti in causa, a partire dai consumatori».
«Il glifosato non è cancerogeno, mutageno e tossico per la riproduzione. Ci sono, quindi, le condizioni per prolungare l’autorizzazione all’uso del prodotto, anche se servono ulteriori analisi in merito all’impatto sulla biodiversità».
Sono le conclusioni, segnalate nei giorni scorsi da Confagricoltura, del rapporto preliminare, redatto su mandato della Commissione europea, dalle autorità di quattro Stati membri - Francia, Paesi Bassi, Svezia e Ungheria - che è stato trasmesso all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e all’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA).
In una nota ufficiale diffusa il 15 giugno, l’EFSA ha evidenziato che le autorità dei quattro stati membri, non hanno previsto «una modifica alla classificazione esistente» del glifosato.
«Prendiamo atto del parere preliminare – ha dichiarato il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti - Siamo solo al primo passaggio di una lunga e accurata procedura che si concluderà l’anno prossimo. Confidiamo che il prosieguo delle valutazioni, fino alla decisione finale, sia esclusivamente ispirato dal massimo rigore per la piena tutela di tutte le parti in causa, a partire dai consumatori».
Il parere preliminare sarà oggetto, a partire da settembre, di consultazioni aperte al pubblico a cura dell’EFSA e della ECHA. A seguire, la classificazione del glifosato sarà portata all’esame del Comitato per la valutazione dei rischi dell’Agenzia per le sostanze chimiche. Infine, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare effettuerà una revisione conclusiva che sarà resa nota nella seconda metà dell’anno venturo.
Terminata la procedura, sarà la Commissione europea a presentare la proposta per l’eventuale rinnovo dell’autorizzazione all’uso del glifosato. L’attuale autorizzazione quinquennale scadrà il 15 dicembre 2022.
«Occorre comunque rilevare che gli agricoltori italiani fanno un ricorso limitato al glifosato, utilizzato solo nelle fasi di presemina. Al di là di quelle che saranno le scelte della Ue, – conclude il presidente di Confagricoltura - la transizione ecologica impone la diffusione di processi produttivi più sostenibili e una minore pressione sulle risorse naturali».
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Nella prima tappa bolognese del progetto VerdeCittà manifestata da più voci (Ferretti del Conaf, Diolaiti dell’Ass. pubblici giardini, Magazzini dell’Ass. vivaisti italiani) l'esigenza di “contratti di produzione” (o coltivazione) per far fronte all’aumento della domanda di piante legato al contrasto al cambiamento climatico e alla mitigazione dei suoi effetti. Magazzini ha chiesto anche un'equiparazione del vivaismo ornamentale all’agroalimentare sui principi attivi utilizzabili per la difesa dai patogeni.
«Ormai anche la politica ha fatto propria l’idea che il verde è utile e sfogliando i quotidiani vediamo un continuo annuncio di numeri incredibili di piante. Ma ci vuole qualcuno che sia in grado di produrre verde di qualità. Per fortuna in Italia siamo al top in Europa per la produzione di verde. Ma non sono tutte rose e fiori perché, come ha accennato Renato Ferretti nel suo intervento, molte piante hanno bisogno di 10 anni di produzione. Per cui senza programmare la produzione si ragiona del nulla, abbiamo una capacità produttiva limitata e questa primavera abbiamo avuto difficoltà a soddisfare tutta la domanda».
Così il presidente dell’Associazione vivaisti italiani (Avi) Luca Magazzini, nel suo intervento conclusivo del webinar di VerdeCittà Bologna dello scorso 11 giugno, ha sottolineato l’importanza della programmazione della produzione di piante dei vivai, possibilmente con contratti di coltivazione o di produzione pluriennali, per far fronte all’aumento della domanda di verde legato al contrasto al cambiamento climatico e alla mitigazione dei suoi effetti. Argomento toccato anche da altri relatori del primo dei cinque webinar di VerdeCittà, uno su argomento diverso per ognuna delle cinque città coinvolte nel progetto a cura di Mipaaf-Crea, Fiera di Padova e Conaf (vedi), che verteva proprio su verde e climate change.
«Nella gamma produttiva abbiamo migliaia di varietà di piante e forme per i più vari utilizzi – ha aggiunto Luca Magazzini - però tutte queste produzioni si scontrano con problematiche fitosanitarie in divenire per l’aumento incredibile delle minacce di patogeni. Non per nostra incompetenza, ma perché negli ultimi 20/25 anni con la globalizzazione delle merci (non solo delle piante) sono arrivati patogeni alieni che prima non esistevano e che dobbiamo combattere con principi attivi più che dimezzati perché il sistema normativo li ha penalizzati. Per cui ogni stagione abbiamo meno principi per difendere le piante da più minacce». «Pertanto – ha concluso Magazzini - chiediamo da un lato contratti di produzione per programmare le coltivazioni dei vivai e dall’altro un rafforzamento dei principi attivi a disposizione per difendere le produzioni. A questo proposito, un suggerimento già avanzato da tempo è quello di poter utilizzare principi attivi che sono utilizzati nell’agroalimentare (il comparto in cui si producono, a differenza nostra, prodotti che vanno sulle tavole dei cittadini) anche nel vivaismo ornamentale». Niente di più che una equiparazione al resto del settore agricolo, dunque.
Il webinar si era aperto con il saluto di Pietro Gasparri del Ministero delle politiche agricole e forestali (Mipaaf) che ha ricordato che il progetto VerdeCittà è nato nel contesto delle attività del tavolo di filiera del florovivaismo e mira tra l’altro a divulgare la qualità delle produzioni vivaistiche nazionali in particolare fra le amministrazioni pubbliche. «Vogliamo valorizzare il prodotto nazionale – ha detto Gasparri – ma vogliamo anche incoraggiare investimenti nel verde pubblico e nella sua manutenzione», per tutti gli effetti benefici che esso ha sulla qualità della vita nelle città.
Subito dopo Gianluca Burchi, dirigente del Crea OF che ha coordinato il progetto VerdeCittà, ha elogiato l’allestimento di piante di questa prima tappa bolognese, che è stato curato da Riccardo Adversi con 13 specie arboree e 290 specie arbustive scelte tenendo conto anche delle capacità di catturare le emissioni inquinanti, e poi ha messo in evidenza il coinvolgimento di tutti i segmenti della filiera nell’ambito del progetto. «Il verde è un investimento: non una spesa – ha rimarcato Burchi -. Come mostrano vari studi, ogni euro investito nel verde alla lunga porta un vantaggio sicuramente superiore all’euro investito».
Renato Ferretti, consigliere del Consiglio nazionale dell’ordine degli agronomi e dei dottori forestali (Conaf) e coordinatore scientifico di VerdeCittà, dopo aver ringraziato per il contributo al progetto Alberto Manzo, funzionario del Mipaaf a lungo coordinatore del tavolo di filiera, e Cristiana Bertero di Flormart, ha così riassunto gli obiettivi generali: qualificare il verde delle città, aumentare le superfici a verde e gli alberi, migliorare la gestione del verde. Poi, dopo aver perorato la causa dell’uso di una «terminologia corretta», ha fra l’altro detto che la domanda di verde delle città si articola nelle seguenti esigenze: mitigazione degli estremi climatici, creazione di una rete ecologica urbana, contrasto alle allergie ma anche piante pollinifere per favorire gli insetti pronubi, alberi adatti ad ambienti e usi diversi. «Le risposte – ha sostenuto Ferretti - vengono dalla produzione, che deve essere preparata per questi usi e ha bisogno di una programmazione, perché non si possono improvvisare gli alberi. Per avere buoni alberi, devono essere allevati 10/12 anni in vivaio. Bisogna che i produttori abbiano un programma pluriennale su cui contare e non si può mettere tutto a gara. Solo così potremo fare progetti contestualizzati, con la scelta delle specie adatte, ma anche le indicazioni agronomiche per le migliori condizioni di impianto e il programma delle cure colturali per il primo quinquennio».
Nella sua relazione su “Verde e microclima urbano”, il prof. Simone Orlandini del Dipartimento di Scienze e tecnologie agrarie, alimentari, ambientali e forestali e del Centro interdipartimentale di Bioclimatologia dell’Università di Firenze, ha illustrato le molteplici relazioni fra la presenza di vegetazione e il clima nelle città, guardando a temperatura, vento e umidità. Con particolare attenzione al fenomeno dell’isola di calore urbana, per cui fra città e ambiti extraurbani si arriva a differenze di temperatura anche di oltre 5 gradi, che ha effetti negativi sulla salute e incentiva l’uso dei condizionatori d’aria, i cui motori contribuiscono a loro volta ad aumentare la temperatura e l’inquinamento atmosferico in un vero e proprio circolo vizioso. Il professore ha poi spiegato come si estrinseca l’azione mitigatrice della vegetazione fornendo alcuni esempi e anche raffronti sui diversi effetti di differenti tipologie di aree verdi e piante.
“Il verde in città contro il cambiamento climatico: la gestione della ‘foresta urbana’” è stato il tema dell’intervento di Roberto Diolaiti, presidente dell’Associazione pubblici giardini e direttore del settore Ambiente e verde del Comune di Bologna. Facendo riferimento all’aumento della frequenza degli eventi naturali calamitosi negli ultimi anni, Diolaiti ha prima messo in chiaro che non si può più parlare di eventi meteorologici “estremi” ma bisogna usare il termine eventi meteo “non convenzionali”. Poi ha riassunto i fattori critici nella gestione degli alberi in ambienti urbani (spazio vitale, interferenze spaziali, inquinamento ambientale, danneggiamenti) e i principi della coltivazione della foresta urbana. «Bologna con il progetto Blueap è stata la prima a dotarsi nel 2015 di un piano di adattamento al cambiamento climatico – ha detto Diolaiti – e molte delle azioni lì previste vedono gli alberi come protagonisti». Gli alberi e le piante in generale sono dunque i «migliori alleati dell’uomo» in questa battaglia. Ma come sceglierli? «La ricerca scientifica – ha puntualizzato Diolaiti – ci ha restituito risultanze in relazione all’efficacia ed efficienza di alcune specie botaniche rispetto ad altre. Ma anche in termini di emissione di sostanze volatili, di potenzialità allergenica e di propensione alla formazione di ozono». Quindi occorre piantare sempre più alberi delle specie botaniche più efficaci e meno esigenti, dando corso anche ai rinnovi dei patrimoni arborei senescenti, che sono meno efficaci nell’ottica del contrasto ai cambiamenti climatici. Ma se non vogliamo correre il rischio di «non riuscire a reperire il necessario materiale vegetale (o, quanto meno, della qualità richiesta)» sono necessari «i “contratti di coltivazione”, ossia rapporti pluriennali tra amministrazioni pubbliche e produttori, finalizzati ad avere garanzie sulla fornitura del materiale vegetale necessario, quanto meno nell’ambito della corretta gestione della “foresta urbana”».
L.S.





