GLI ANARCHICI HANNO UN ORTO E NON UN PARTITO
- AnneClaire Budin
Un nome curioso incontrato per caso apre le porte a un movimento sotterraneo di orti ribelli, zine autoprodotte e giardinieri anarchici: benvenuti nell’AGC.

Qualche giorno fa, in attesa di un volo, ho incrociato lo sguardo di un ragazzo con un cappello curioso: “The Anarchist Gardeners Club”. Ho sorriso. Sembrava uno slogan ironico, un gioco da festival. E invece, cercando online, ho scoperto che esiste davvero. Non un’associazione registrata, ma un movimento spontaneo, diffuso, invisibile. Un’“insurrezione orticola” contro il capitalismo globale.
Coltivare nelle crepe
Il The Anarchist Gardeners Club (AGC) è una rete decentralizzata di coltivatori anti-sistema. Non ha leader, né sede, né portavoce. Solo orti condivisi, piccole cellule autonome e una filosofia provocatoria: “Coltiviamo fiori nelle crepe. Seminiamo ovunque. Rifiutiamo il progresso tecnologico come farsa. Siamo contadini. Lo siamo sempre stati”. Nel loro linguaggio colorito, talvolta volutamente eccessivo, si mescolano azione diretta e humour britannico, folklore e radicalismo, permacultura e anarchia. Si ispirano a movimenti storici come i Ludditi, i Diggers e i Zapatisti, ma anche agli “elfi”: creature invisibili che si prendono cura del verde senza essere viste.
Il giardino come spazio autonomo
Per gli AGC, il giardino è uno spazio di resistenza e autonomia. Non solo un luogo estetico o produttivo, ma un gesto politico. Coltivare il proprio cibo, autoprodurre tisane, scambiare semi e sapere: ogni atto agricolo può diventare atto di liberazione. Nelle loro pubblicazioni autoprodotte (zines), accanto a ricette e consigli di permacultura, trovano spazio poesie, racconti, dichiarazioni e appelli. E se non si ha terra? “Prendetela”, dicono con provocazione. Oppure recuperatela: lotti abbandonati, bordi di strade, margini urbani. Ogni campo da golf, ogni terreno inutilizzato può trasformarsi in giardino comune.
Una provocazione che fa riflettere
Nel caos di slogan e rivendicazioni, ciò che resta davvero interessante è l’invito a rallentare, curare, osservare. L’orto come risposta al lavoro vuoto, il compost come forma di pensiero circolare. In un mondo dove la produttività è misura di valore, dissotterrare una patata o potare un arbusto può essere un gesto controcorrente. Non serve condividere ogni parola dell’AGC per coglierne la forza evocativa. In fondo, anche noi – che amiamo il verde, la terra e il sapere agricolo – siamo, a modo nostro, giardinieri un po’ anarchici.
© Floraviva – riproduzione riservata | 3 gennaio 2026