Filiera della canapa

Vito Cannillo

Intervista a Vito Cannillo, imprenditore pugliese della filiera canapicola socio di Canapa Sativa Italia, che parla delle sue attività nel settore in America e dice che cosa servirebbe ai canapicoltori italiani. Quali mosse si attende dal Tavolo della canapa del Mipaaf come prioritarie? «Certezze sul fronte dei parametri da rispettare a livello produttivo», soprattutto «per far lavorare in “sicurezza” i medio-piccoli imprenditori», e una certificazione simile alla Global G.A.P. con «passaporto di qualità spendibile sul mercato».


Alla vigilia dell’importante webinar dell’Accademia dei Georgofili – sezione Centro Ovest e della Fondazione Istituto Scienze della Salute sul tema “La canapa: l’attualità di una pianta di grande tradizione colturale”, in cui si farà il punto della situazione del comparto in Italia (vedi), Floraviva ospita l’intervista con un attore della filiera canapicola che è socio di Canapa Sativa Italia (CSI) e conosce molto bene anche quanto succede oltreoceano, in America. Si chiama Vito Cannillo ed è un imprenditore under 40 che lavora a Corato (Bari), che qui ci parla anche della sua esperienza in Forza Vitale, azienda fondata da suo padre, e delle nuove start-up da lui fondate in Giamaica per partecipare all’espansione del mercato nord-americano.
Se abbiamo ben capito, la sua azienda opera nel settore officinale e degli integratori alimentari: nonostante utilizzi ed elabori tantissimi ingredienti naturali e piante, lei considera la canapa l'oro verde di questo millennio. Come mai e non esagera un po’?
«Guardi non sono io a definire la canapa come il nuovo “oro verde” ma fior fior di esperti internazionali: economisti e uomini di finanza che sottolineano l'enorme impatto del “comparto canapa” su un nuovo boom imprenditoriale e occupazionale, sostenibile e duraturo».
E cosa prova a dover operare tra le tante lacune normative e conoscitive italiane sulla canapa?
«Da imprenditore e da cittadino non riesco a capacitarmi di come non si tenga conto di questa opportunità in nome di pregiudizi, ignoranza e, chissà, forse anche di consolidati interessi da tutelare. L'interrogativo sorge spontaneo. Viviamo una fase di depressione economica senza precedenti e ci permettiamo il lusso di non cambiare idea, di non aprirci a un nuovo modo di pensare. Aggiungiamoci i problemi legati allo stallo della giustizia a cui contribuiscono anche certe logiche proibizioniste. Aggiungiamo poi, e lo dico in modo retorico, anche i benefici sul fronte del benessere propri di questo comparto… e lo sgomento, ahimè, aumenta».
Che cosa lo ha spinto a diventare socio di Canapa Sativa Italia (CSI) e che cosa spera che il tavolo di filiera insediato al MIPAAF faccia come prima mossa per sostenere il settore canapicolo industriale italiano?
«Aderire a CSI è ciò che dovrebbe fare chiunque crede nel “comparto canapa” e ha voglia di sfruttarne tutte le opportunità, non tanto come singolo imprenditore ma come parte di una regia più ampia. Il ruolo di CSI è fondamentale infatti per parlare con una voce sola e fare lobby nell'accezione usata negli Stati Uniti, paese in cui sono nato e che si sta dimostrando molto avanti su questo fronte! Bisogna dunque essere capaci di fare lobby in maniera trasparente e autorevole per innescare quella che potrebbe essere una vera rivoluzione “verde”».
La sua esperienza è interessante anche perché ha avviato e sostiene molti progetti oltreoceano (in Giamaica) dove insieme ad università, agricoltori e altri partner di comunità fate produzione e lavorazione estrattiva di infiorescenze di cannabis a basso tenore di THC o CBD. Che cosa manca alle regioni italiane per avviare simili attività?
«Non vorrei passare per campanilista, perché proprio non lo sono, ma mi sento di poter candidare la Puglia come luogo ideale per avviare seriamente la genesi di questo comparto in Italia. Viviamo grazie a Dio nell'epoca della globalizzazione e tutto e tutti siamo interconnessi. Ancora una volta a tale proposito mi chiedo come faccia il nostro Paese ad essere sordo rispetto a quanto stanno facendo nel resto del mondo sul versante delle liberalizzazioni che, si badi bene, lo ribadirò fino alla noia, non vogliono dire “sballo libero” ma molto altro: impresa, ricerca, lavoro, benessere, sostenibilità ambientale, economia».
La vostra joint venture giamaicana CITIVA copre tutti i prodotti che vengono consumati (legalmente) in un mercato maturo come quello nord-americano, utilizzando la tecnica di  estrazione a quattro camere che è una delle frontiere più nuove dell'uso della cannabis perché garantisce bassi sprechi di materia e i risultati più puri. Cosa manca all'Italia per coprire almeno questo comparto, non solo in ambito THC ma soprattutto CBD, sul modello della Giamaica dove producete una linea di oli e creme a base di CBD?
«L'ho anticipato nelle risposte precedenti: siamo privi di visione, aggiungerei “visione laica e strategica” che è poi propedeutica alla ratio legislativa. Qui siamo ancora fermi a categorie vecchie che tengono di fatto il Paese ingessato. Eppure vorrei essere ottimista perché non ci manca nulla: centri di ricerca, menti eccellenti, capacità imprenditoriale nel nostro DNA! In Italia non ci manca neppure una vasta e significativa esperienza nel comparto erboristico fatta di valenti professionisti. Potremmo benissimo sfruttare questo know how e il quadro normativo che lo accompagna per non perdere altro tempo e disciplinare velocemente alcuni usi consentiti per la canapa snellendo in partenza procedure e meccanismi. CITIVA da questo punto di vista, con l'esperienza tecnico-pratica d'oltreoceano è un grande serbatoio di risorse di cui far tesoro».
In generale che futuro vede per la cosmesi legata alla canapa?
«Le prospettive sono interessanti, anche se parlando dell’Italia come sempre arriviamo per ultimi. Le star di Hollywood, per tornare alla mia amata America, usano da anni prodotti cosmetici a base di CBD e credo che lo facciano perché ben consigliati da gente che ne capisce (medici, farmacisti, cosmetologi). I benefici sono comprovati su tanti piani (contrasto all'ossidazione della cute, proprietà antinfiammatorie, lenitive). Ora bisogna solo essere bravi a comunicare bene e a convincere chi siede nella stanza dei bottoni che questo è un altro settore colmo di opportunità. Alcuni segnali positivi, sempre per non perdere mai la via dell'ottimismo, ci sono già. Penso alla recente possibilità di utilizzare nella formulazione dei cosmetici il cannabidiolo estratto da infiorescenza e non solo quello ottenuto da procedure di sintesi».
Quali altri progetti di ricerca le sue aziende sostengono sia sul fronte nutraceutico che sull'estrattivo e sul fitodepurativo? La Canapa Industriale ha poteri disinquinanti ad ampio spettro, anche rispetto ai metalli pesanti presenti nell’Ex-Ilva di Taranto, non è vero?
«Negli ultimi mesi in azienda abbiamo lavorato molto sulla ricerca legata alle nanotecnologie in ambito nutraceutico. Al nostro interno possiamo vantare un laboratorio indipendente ben equipaggiato che gode dell'apporto quotidiano di tanti studenti universitari validissimi che scendono in Puglia per la tesi in farmacia, biologia o tecniche erboristiche. Nell'ulteriore sviluppo delle nanotecnologie vediamo un vettore insostituibile per l'industria del domani, vincente, competitiva, sostenibile. Se poi mi parla dell'Ex-Ilva e della possibile riconversione dell'area sul fronte canapa, beh, m'invita a nozze, in primis per il motivo che ha citato legato al potere disinquinante di questa pianta e poi per una nuova filiera economica che si potrebbe creare. A volte da giovane imprenditore non ancora quarantenne mi chiedo, lo ridico, come sia possibile nemmeno avviare una discussione seria e ragionata su queste possibilità. Io non smetto di crederci».
Concludendo, una domanda posta all’inizio: tenendo conto anche di tutte queste esperienze internazionali di cui ci ha parlato, quali mosse si aspetta dal tavolo di filiera della canapa italiano? Nei giorni scorsi sono state diffuse le proposte di CSI (vedi) e di Federcanapa (vedi): c'è una o più proposte concrete a cui tiene particolarmente in questo momento per sviluppare il comparto in Italia?
«Tutte le proposte fatte in seno a CSI vanno nella direzione giusta. Io sottolineerei però in particolare quella relativa al chiarimento della cornice normativa e all'eliminazione delle zone di rischio per gli imprenditori. Vedo questo punto come propedeutico a tutto. Il settore della canapa sativa per nascere e svilupparsi ha bisogno di regole certe, chiare e trasparenti. Detta semplice: non facciamo morire di burocrazia anche questo comparto! Il rischio è sottrarlo a chi non ha mezzi e tempo per gestire carte su carte, temendo magari di incorrere in errori e sanzioni. Penso specificatamente ai piccoli agricoltori e produttori. Se impediamo loro di lavorare in tranquillità, il comparto finirà inevitabilmente solo nelle gestioni dei big players che lo monopolizzeranno adattandolo alle loro esclusive necessità. Ne consegue una necessaria semplificazione e certezza sul fronte dei parametri da rispettare a livello produttivo, sempre per far lavorare in “sicurezza” i medio-piccoli imprenditori. Prevedere subito ad esempio per il settore criteri simili o prossimi a quelli richiesti dalla certificazione Global G.A.P. in modo da dare a chi lavora correttamente, un passaporto di qualità certo e spendibile sul mercato. Facciamo in modo insomma che il sacrosanto controllo della parte pubblica, non intralci lavoro, sviluppo ed economia».


Redazione


Il 25 maggio mattina webinar organizzato da Accademia dei Georgofili e Fondazione Istituto Scienze della Salute sul tema “La canapa: l’attualità di una pianta di grande tradizione colturale”. Iscrizioni entro il 23 maggio fino a esaurimento dei 230 posti disponibili. 

La canapa è stata oggetto di diversi progetti di ricerca che hanno studiato le principali componenti della sua performance produttiva. Sono stati ottenuti dei risultati interessanti, ma permangono nodi irrisolti della filiera canapicola che vanno affrontati per non trovarsi impreparati alle sfide del futuro e al ruolo che questa pianta può avere anche nel contesto della transizione ecologica.
L’Accademia dei Georgofili - sezione Centro Ovest e la Fondazione Istituto Scienze della Salute organizzano martedì 25 maggio 2021dalle 9 alle 13, una giornata di studio in versione webinar intitolata “La canapa: l’attualità di una pianta di grande tradizione colturale”, che si chiuderà con una relazione del presidente di Federcanapa Beppe Croce sul tema “I nodi irrisolti delle politiche della canapa in Italia” e una discussione finale tra i dieci intervenuti.  
Come ricordato nella presentazione dell’incontro, «la  canapa  è  una  risorsa  naturale  di  grande  versatilità  che  si  declina  in  una vasta gamma di applicazioni e usi (fibra, cellulosa, seme, oli). Nonostante le conosciute  prerogative  agronomiche  molto  vantaggiose  per  una  agricoltura sostenibile la  coltivazione  della  canapa  per  uso  tessile  non  è  mai  decollata ultimamente  in  Italia.  Perché? Per  due  criticità  fondamentali:  1)    mancate innovazioni  in  fasi  strategiche  della  filiera  produttiva  (meccanizzazione della  raccolta  e  macerazione  controllata  degli  steli);  2)  contraddittorietà giurisprudenziale sui cannabinoidi e soglie di tolleranza. Tali  difficoltà  hanno  spostato  l’interesse  verso  altre  produzioni  ottenibili dalla  pianta  (fibra  tecnica,  cellulosa,  cime  fiorite,  farine,  oli,  cosmetici  e composti  fitochimici  bioattivi  con  valenza  salutistica),  nuovi  impieghi  del canapulo  in  bioedilizia  e  usi  della  pianta  nella  fitodepurazione  dei  terreni inquinati».
La partecipazione al webinar potrà avvenire solo dietro compilazione, entro domenica 23 maggio, di questo form. I partecipanti riceveranno le credenziali di accesso alla piattaforma web. Saranno accolte le prime 230 iscrizioni.

Programma
9.00 Introduce AMEDEO ALPI, Presidente Sezione Centro-Ovest Accademia dei Georgofili
9.20 “La Canapa: una pianta multifunzionale” PAOLO RANALLI (Fondazione Istituto Scienze della Salute, Bologna)
9.40 “Gli indirizzi colturali in rapporto ai nuovi usi” STEFANO AMADUCCI (Università Cattolica del Sacro Cuore, Piacenza)
10.00 “Basi genetiche e molecolari del miglioramento della canapa” GIUSEPPE MANDOLINO (CREA, Bologna)
10.20 “Chimica e farmaceutica dei cannabinoidi e dei terpeni della canapa” GIUSEPPE CANNAZZA, CINZIA CITTI (Università di Modena e Reggio Emilia)
10.40 “L’utilizzo clinico dei derivati della Cannabis” VITTORIO GUARDAMAGNA (Istituto Europeo dei Tumori (IEO), Milano)
11.00 “L’economia dell’infiorescenza di canapa” DAVIDE FORTIN (Università Pantheon-Sorbona di Parigi)
11.20 “Innovazione in Cannabis: acquaponica” DAVIDE MAZZELLA (Inn-Acqua, Marzabotto (BO))
11.40 “La canapa e transizione ecologica” MARCO BENEDETTI (GreenEvo, Prato)
12.00 “I nodi irrisolti delle politiche sulla canapa in Italia” BEPPE CROCE (Federcanapa, Firenze)
12.20 Discussione e conclusione

Redazione

 

 

canapa industriale

Il documento è stato presentato l’11 maggio ed è il frutto di un lavoro interdisciplinare di esperti universitari e legali, di agricoltori e trasformatori di canapa da estrazione. L’intento è aiutare gli operatori a districarsi fra le norme poco chiare e anche dal punto di vista tecnico-agronomico per intercettare il trend in forte crescita dei prodotti a base di canapa non stupefacenti, che riguardano non solo il comparto farmaceutico ma anche la cosmesi e tanti altri comparti. 


Supportare gli operatori nello sviluppo delle filiere innovative legate alla canapa «in un quadro legislativo ed amministrativo ancora poco chiaro, in cui non è ancora stato definito un confine netto tra infiorescenze di canapa a uso industriale ed infiorescenze di canapa a uso terapeutico o stupefacente».
Questo l’obiettivo delle Linee guida per la canapa da estrazione – dalla semina alla trasformazione presentate l’11 maggio scorso in un incontro online da Agrinsieme (coordinamento di Cia, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle cooperative agroalimentari) e Federcanapa (la Federazione italiana canapa). Un documento che è il frutto di un lavoro portato avanti da un gruppo interdisciplinare di esperti universitari e legali, di agricoltori e trasformatori della canapa da estrazione sulla base delle attuali conoscenze ed esperienze in materia. E che nasce nel momento in cui si registra a livello internazionale un trend di crescita dei prodotti a base di canapa (estratti a base di CBD, terpeni, flavonoidi e altri cannabinoidi non stupefacenti) in settori che vanno dall’alimentare al pet food, agritoshoplogodalla farmaceutica alla cosmesi. Tutto ciò con la volontà di contribuire alla «promozione di filiere territoriali della canapa, in quanto coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, al miglioramento dei suoli e all’incremento del reddito agricolo».
«Cresce il numero delle aziende del settore della canapa industriale ed in particolare di quelle legate alla filiera dell’estrazione – dichiarano Agrinsieme e la Federazione italiana canapa -. Il mercato mondiale dell’olio di CBD cresce ogni anno di oltre il 30% (1,2 miliardi di dollari nel 2019) e un’accelerazione ancora più forte è prevista nei prossimi 5 anni per il mercato europeo degli estratti di canapa; questi prodotti, infatti, trovano un crescente interesse non solo nel settore farmaceutico, il principale, ma anche nella cosmesi, nell’alimentare, nel pet food e nei succedanei del tabacco. Tra le novità anche il fatto che la Francia (che rappresenta il 37% della coltivazione di canapa industriale in Europa) stia discutendo su una specifica norma sull'infiorescenza per estrazione».
In tale contesto Agrinsieme e Federcanapa hanno deciso di mettere a disposizione degli operatori interessati alla produzione e alla trasformazione della canapa per estrazione uno strumento utile per creare nuove opportunità di mercato e favorire l’occupazione. «A fronte della crescita e delle nuove opportunità che si profilano, - osservano i due organismi - le imprese italiane rischiano di non poter garantire la produzione richiesta dai mercati europei ed internazionali a causa di interpretazioni restrittive da parte delle amministrazioni competenti, a partire dai ministeri delle Politiche agricole e della Salute e per la mancanza di una visione strategica a livello politico che sappia far emergere fino in fondo le potenzialità della canapa industriale».
«Le Linee Guida – viene specificato - sono dedicate alla canapa delle varietà a basso THC (entro lo 0.2%) coltivate nel rispetto dei requisiti della normativa comunitaria e della L. n.242/2016, destinate alla produzione di semilavorati, quali estratti a base di CBD, terpeni, flavonoidi e altri cannabinoidi non stupefacenti, da impiegare in successive lavorazioni industriali e artigianali (come disciplinati dall’articolo 2, c. 2 della L. n. 242/2016)». L’intento è fornire un supporto sia sul piano normativo sia su quello tecnico-agronomico.
«Fortunatamente a livello europeo – osservano Agrinsieme e Federcanapa - le restrizioni verso l’estrazione di CBD e di altri princìpi attivi presenti nel fiore di canapa industriale, si stanno allentando, soprattutto dopo la sentenza della Corte di Giustizia Europea del novembre scorso che ha dichiarato testualmente che il CBD non è una droga e che ha imposto al Governo francese il dissequestro di una partita di sigarette elettroniche al CBD, commercializzate in Francia e legalmente prodotte in un altro Stato europeo».
«Dopo questa presentazione – annunciano le due organizzazioni - incalzeremo il Parlamento perché definisca una volta per tutte quelle regole che consentano, anche agli operatori italiani, di confrontarsi ad armi pari sul mercato internazionale». «La canapa –concludono - è una coltura che si coniuga pienamente con i nuovi concetti di bioeconomia circolare e di alto valore ambientale; è funzionale alla lotta al consumo di suolo ed alla perdita di biodiversità e offre all’agricoltore una valida alternativa produttiva, soprattutto in alcuni territori del nostro Paese».

LINEE GUIDA 

Redazione


L’associazione Canapa Sativa Italia, membro del nuovo tavolo tecnico di filiera, propone in primis di «chiarire la cornice normativa ed eliminare le zone di rischio per gli imprenditori, disciplinare il consumo umano del fiore e l’estrazione per fini non esclusivamente farmaceutici». Per CSI la commercializzazione del fiore di canapa non va inquadrata come quella del tabacco e bisogna «proteggere il mercato italiano della canapa alimentare e degli edibles in generale e da Big Pharma in particolare». 

Che cosa succede al mercato della pianta più antica e più curativa del mondo alle nostre latitudini? E soprattutto che cosa bisogna fare per rendere più competitiva la canapicoltura italiana?
Alcune risposte a tali domande sono contenute in un recente report di Canapa Sativa Italia (CSI), associazione che mette insieme alcuni fra i più rappresentativi esponenti del comparto canapicolo del nostro Paese e che siede al tavolo di filiera costituito all’inizio di quest’anno e insediatosi a febbraio. 
Sullo stato dell’arte, CSI ricorda «storiche evoluzioni normative come la sentenza del 19 novembre 2020 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) nella causa C-663/18, che tra le altre cose alza il velo (e la sanziona) sulla discriminazione del CBD come nutriente ancora presente nelle legislazioni di vari stati membri e rileva che siffatte legislazioni nazionali impediscono la libera circolazione di questa merce così come dei servizi, dei capitali e della forza lavoro ad essa sottesi». E poi anche la «storica dichiarazione dell’OMS (dicembre 2020) grazie alla quale l’ONU ha potuto stabilire che la cannabis è una sostanza terapeutica, rimuovendola hinc et nunc dalla Tabella 4 nella quale si trovano le sostanze a maggior rischio di abuso e senza alcun valore benefico», pronuncia di cui tutte le legislazioni e i tribunali nazionali «dovranno immediatamente tenere conto».
E, venendo allo specifico italiano, per CSI «la più antica, gustosa, terapeutica e nutriente pianta del pianeta - i cui scarti sono altrettanto preziosi quanto la parte nobile della pianta sia in bio-edilizia che nella produzione di carburanti green - trova nelle fertili terre e nei microclimi speciali delle regioni italiane l’habitat migliore». E, «nonostante un ostracismo che dura da oltre un secolo, la canapa industriale italiana continua ad avere appassionati e competenti alfieri in giovani agricoltori, sapienti trasformatori ed imprenditori, scienziati e ricercatori. In una parola i nuovi ‘pionieri’ di un settore antico, la canapicoltura, che ormai copre ogni spettro di una filiera di qualità: dall’agro-alimentare, alla nutraceutica, alla farmacopea».
Ma non sono tutte rose e fiori, soprattutto per le incertezze normative che ancora permangono da noi. Che cosa bisogna fare per superarle e stabilizzare il comparto in Italia rendendolo più competitivo?
CSI propone innanzi tutto di 1) «chiarire la cornice normativa ed eliminare le zone di rischio per gli imprenditori, disciplinare il consumo umano del fiore e l’estrazione per fini non esclusivamente farmaceutici». La legge c’è già, specifica la nota di CSI, è «la 242 del 2016 per la quale è possibile realizzare e mettere in commercio praticamente qualunque derivato della canapa. A non essere chiaramente disciplinata è la vendita dei derivati destinati al consumo umano e su questo c’è da colmare un vuoto legislativo».
Inoltre bisogna 2) «non inquadrare la commercializzazione del fiore di canapa alla stregua di quella del tabacco». Il fiore o il trinciato di canapa inquadrato come tabacco «perderebbe la maggior parte delle possibilità di valorizzazione del prodotto con identità artigianale – secondo CSI -, l'impianto normativo riferito a questo tipo di filiera tende ad avvilire e a spostare l'attenzione dalla maggior parte delle possibilità e utilizzi molto più sani della pianta. Per questo motivo immaginiamo un impianto autonomo, anche sostenuto da licenze e soprattutto procedure di controllo sulla qualità». «Come accade per le filiere del luppolo e del vino – argomenta CSI - il sistema consente di valorizzarne tutti i livelli. La filiera della canapa, a livello agro-alimentare, è più vicina al luppolo e alla vite anche secondo i marketing standard in definizione EU; queste ultime [filiere, ndr] - in quanto destinate alla produzione di un alcolico - sono molto burocratizzate e non sempre necessariamente capaci di garantire una competitività nel mercato europeo per gli operatori di filiera made in Italy». Dunque «gli usi più promettenti della canapa – sostiene CSI - sono quelli alimentari e devoti al wellness, non certo solo un prodotto destinato banalmente o esclusivamente al fumo che come tutti sanno rimane dannoso alla salute di per sé».
«Tabacco, luppolo e vite – aggiunge la nota di CSI - non hanno, tuttavia, neanche lontanamente le potenzialità della canapa, caratterizzata da una multifunzionalità senza precedenti. Per questo oltre che la vendita diretta con la predisposizione di un sistema di controllo e verifica della salubrità di tutti i derivati, attraverso protocolli accessibili e sicuri, sono necessari tanti interventi tesi a valorizzare la coltivazione della canapa di tutti i livelli trovando soluzioni moderne alle criticità e consentendo a questo settore di svilupparsi autonomamente». «Quello del fiore – si legge - è un segmento della filiera capace di portare milioni di fatturato e senza nessun supporto da parte di finanziamenti o di classiche misure tipiche delle produzioni agricole: questo incredibile slancio andrebbe protetto e sostenuto con interventi tesi a valorizzare e a favorire il consolidamento di queste realtà. Uno degli elementi più critici da inserire a livello normativo è il continuo rinnovarsi del pool geneticoi vecchi processi di registrazione varietale non sono più adatti al continuo e frenetico sviluppo di questo settore, la cui incredibile variabilità e la libertà di ricerca sviluppo e innovazione genetica è considerata uno degli aspetti più interessanti dal punto di vista scientifico, come evidenziano decine di illustri ricerche». «Un approccio di libero mercato, coerente con le possibilità tecniche già a disposizione – continua CSI - potrebbe garantire quindi la possibilità di lavorare liberamente per gli agricoltori, facendo nascere un ulteriore aspetto propulsivo del mercato che è quello degli incroci consentendo uno sviluppo creativo per queste piccole realtà d'eccellenza, una necessità per quella categoria che rappresenta di fatto l’ossatura della filiera italiana in questo secolo».
Altra proposta di CSI è 3) «incoraggiare e proteggere il mercato italiano della canapa alimentare e degli edibles in generale e da Big Pharma in particolare». Infatti, viene sostenuto, «per natura la canapa non può essere relegata a un banale, anonimo e standardizzato succedaneo del tabacco: le destinazioni d’uso reali sono ben più variegate e il consumo può avvenire in diversi modi, tutti decisamente più salutari rispetto al fumo, ma neanche rimanere di esclusivo appannaggio delle officine farmaceutiche». La realizzazione di estratti certificati, spiega CSI, «è possibile oggi solo tramite autorizzazione UCS riservata alle officine farmaceutiche che realizzano API (Active Pharmaceutical Ingredients) ai sensi della L. 309/90: si tratta di ingredienti specifici per farmaci, che non sono però utilizzabili dall’industria alimentare e cosmetica». «In relazione al mondo della canapa industriale – continua la nota - il gap legislativo italiano non ci consentirà di produrre per competere nel mercato europeo (dove sono già autorizzati impianti di estrazione per destinazione novel food / cosmesi / semilavorati) e in violazione del principio di mutuo riconoscimento oggi già subiamo l’importazione dall’estero a prezzi molto più competitivi di quanto da noi vietato».
«La legge, inoltre, - prosegue il testo - prevede un esclusivo rapporto tra l’industria farmaceutica e il produttore selezionato svilendo le possibilità che il libero mercato potrebbe offrire. Non c’è competizione sulla qualità del prodotto, il produttore deve avere già un contratto e conferire tutto il suo prodotto all’industria ancora prima di realizzarlo, quindi impedendo di fatto la possibilità di confrontarsi con gli altri players sul mercato, di valutare diverse offerte, di differenziare i propri prodotti, di avere diversi clienti, fornitori, di lavorare il proprio prodotto presso un laboratorio autorizzato e rivenderlo a proprio marchio, impedendo a queste aziende uno sviluppo di un'identità, caratteristica invece di tutte le aziende del Made in Italy presenti sul panorama internazionale, dovendo trovare le modalità di autorizzare degli impianti a questo specifico scopo ed evitando le logiche della L. 309/90, o quantomeno distinguendo i processi farmaceutici da quelli più economici del settore alimentare o cosmetico in larga scala».
Eppure, afferma CSI, «la destinazione alimentare del fiore, ma soprattutto dei diretti derivati detti edibles, rappresenterebbe un volano economico e culturale non indifferente e un aiuto alla filiera con un grado di evoluzione che integrerebbe tutti i suoi comparti a destinazione umana, quale probabile approdo di un consolidamento del novel food». «Nell’ottica di valorizzare la produzione artigianale – aggiunge la nota - purtroppo le procedure relative all'application di un novel food, a causa della dimensione produttiva di molte piccole realtà italiane, sono un ostacolo insuperabile per le stringenti e costose procedure necessarie alla registrazione». E «l’Italia ha un mercato alimentare troppo variegato per poter puntare su pochi prodotti standardizzati».

Redazione

 

 

tavolo della canapa

Ieri si è insediato il tavolo di filiera della canapa. Il Ministero delle Politiche Agricole sollecita il confronto verso un piano di settore in cui siano precisati obiettivi, fabbisogni e finanziamenti. Confagricoltura: è un’opportunità produttiva, oltre ai finanziamenti del fondo di rilancio delle filiere agricole minori, necessario attingere al Recovery Fund. Coldiretti ricorda i tanti usi della canapa e stima un giro d’affari potenziale di oltre 40 milioni di euro. Cia: il comparto canapicolo è performante e green, ma va migliorata la Legge 246/2016 sulla promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa, ci sono ancora troppe incertezze. 


Il Ministero delle Politiche Agricole alimentari e forestali (Mipaaf) e le tre maggiori associazioni di categoria agricole sono concordi nel credere nelle opportunità del comparto della canapa e prendono tremendamente sul serio la sfida del rilancio di una filiera che fino alla metà del secolo scorso aveva dato tante soddisfazioni all’Italia. Purché si eliminino una volta per tutte le incertezze normative.
E’ quanto emerso alla riunione di insediamento, tenutasi ieri in videoconferenza, del tavolo interministeriale della canapa industriale, che ha coinvolto, oltre al Mipaaf, i ministeri di Interno, Giustizia e Sviluppo Economico, e poi Agenzia delle Dogane, Arma dei Carabinieri, Crea, Ismea, Agea e tutti gli attori del comparto. Riunione in cui, come ha fatto sapere una nota del Mipaaf, si è parlato anche dell'utilizzo «di parte dei fondi messi a disposizione per il 2021 dall’ultima Legge di Bilancio, pari a 10 milioni di euro».
«Oggi poniamo le basi per rilanciare e sostenere le produzioni nazionali di canapa, una pianta nelle cui potenzialità crediamo molto – ha detto il sottosegretario alle Politiche Agricole Giuseppe L'Abbate -. Auspicando un confronto attivo e proficuo con i protagonisti della filiera, ci poniamo l'obiettivo di approvare un piano di sviluppo del settore affinché si evidenzino i fabbisogni e le necessità del comparto, così da intervenire con finanziamenti adeguati in grado di farne crescere la produzione vista la molteplicità di finalità di utilizzo di questa pianta».
«La crisi economica in atto - ha osservato Confagricoltura nell’incontro - si supera dando alle aziende agricole anche nuove prospettive e mercati innovativi: la canapa può essere davvero un’importante opportunità per le imprese, con risposte in chiave produttiva, nei settori emergenti della bioeconomia, ma anche in chiave ambientale. Poi non bisogna dimenticare che pure l’agricoltura è chiamata a contribuire al contrasto dei cambiamenti climatici e al raggiungimento dell’obiettivo di neutralità carbonica al 2050 attraverso la sua capacità naturale di assorbire CO2 in percorsi di carbon farming, dove la canapa potrà assumere un ruolo incisivo». Ad avviso di Confagricoltura è giunto il momento di superare tutte le incertezze legate alle singole destinazioni d’uso della canapa industriale che ne hanno frenato lo sviluppo e di collaborare alla costruzione di un percorso di crescita del settore che possa essere una concreta opportunità per le imprese agricole, anche in relazione ad eventuali riconversioni di alcune produzioni. «Attendiamo dal Tavolo - ha concluso Confagricoltura - proposte e impegni condivisi ed efficaci, a partire dai finanziamenti previsti dal Fondo per la tutela ed il rilancio delle filiere agricole cosiddette minori (tra cui la canapa), che ha una dotazione complessiva, per il 2021, di 10 milioni di euro. Sarà pure importante la possibilità di accedere alle ulteriori risorse del Recovery Fund per un settore che necessita di investimenti in ricerca e sviluppo e in filiere strutturate».
«Uscire dalla giungla di norme e controlli e dare una uniformità di applicazione della legge a livello nazionale al di fuori di singole interpretazioni a livello locale». E’ quanto chiesto da Coldiretti, che ricorda: «in Italia i terreni coltivati a canapa nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte superando i 4000 ettari da Nord a Sud della penisola, dal Piemonte alla Puglia, dal Veneto alla Basilicata, ma anche in Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna. Fino agli anni ‘40 la canapa era più che familiare in Italia, tanto che il Belpaese con quasi 100mila ettari era il secondo maggior produttore al mondo dietro soltanto all’Unione Sovietica, poi il declino per la progressiva industrializzazione e l’avvento del “boom economico” che ha imposto sul mercato le fibre sintetiche, ma anche dalla campagna internazionale contro gli stupefacenti che ha gettato un ombra su questa pianta». «La canapa sta vivendo oggi una seconda giovinezza – aggiunge la Coldiretti – con un vero e proprio boom su più fronti dall’alimentare alla medicina. In commercio si trovano dai biscotti e dai taralli al pane, dalla farina di all’olio, ma c’è anche chi la usa per produrre ricotta, tofu e una gustosa bevanda vegana, oltre che la birra. Dalla canapa si ricavano inoltre oli usati per la cosmetica, resine e tessuti naturali ottimi sia per l’abbigliamento, poiché tengono fresco d’estate e caldo d’inverno, sia per l’arredamento, grazie alla grande resistenza di questo tipo di fibra. Se c’è chi ha utilizzato la cannabis per produrre veri e propri eco-mattoni da utilizzare nella bioedilizia per assicurare capacità isolante sia dal caldo che dal freddo, non manca il pellet per il riscaldamento che assicura una combustione pulita». «Si stima – conclude la Coldiretti – un giro d’affari potenziale stimato in oltre 40 milioni di euro con un rilevante impatto occupazionale per effetto del coinvolgimento di centinaia di aziende agricole».
Per Cia – Agricoltori italiani «a livello nazionale, ma anche europeo, ci sono margini importanti per dare impulso al comparto, particolarmente performante e green». «Oggi - spiega Cia - le centinaia di aziende agricole che stanno investendo su questa coltura (+200%), portando a oltre 4 mila gli ettari di canapa seminati, chiedono un necessario salto di qualità che sostenga questa importante occasione di reddito agricolo e il loro contributo a sviluppare produzioni sempre più innovative, capaci di ridurre il consumo di suolo, favorire le rotazioni agronomiche, diserbare i terreni e bonificarli dai metalli pesanti». «Dal Tavolo di filiera è, dunque, urgente -sottolinea Cia - che si proceda, subito, anche all’istituzione del tavolo di settore, appena annunciato, e che s’intervenga per migliorare la Legge 246/2016 relativa alle disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa. Il settore canapicolo resta, infatti ancora imbrigliato in incertezze normative che ne frenano la crescita, nonostante la stessa legge abbia tentato di ridare fiducia alla coltivazione e alle sue trasformazioni». «Allo stesso tempo - conclude Cia - occorre orientare al meglio le risorse a disposizione, come i 10 milioni stanziati per le filiere minori nell’ultima Legge di Bilancio, e attrarre le opportunità rappresentate dalla nuova Pac e dalla transizione verde Ue, ambiti che posso a buon diritto annoverare la coltivazione canapicola in quanto promotrice di pratiche agronomiche sostenibili».


L.S.


Alla riunione in videoconferenza d’insediamento del “Tavolo di filiera della canapa”, che durerà 3 anni con compiti consultivi e di monitoraggio, prenderanno parte i 48 componenti selezionati dal Mipaaf. L’Abbate: «il comparto potrà contare su parte dei 10 milioni di euro stanziati nell’ultima Legge di Bilancio». La produzione di canapa in Europa è aumentata del 614% rispetto al 1993. 


Giovedì 4 febbraio alle 15 si terrà la riunione di insediamento del “Tavolo di filiera della canapa industriale”, istituito il 17 dicembre scorso presso il ministero delle Politiche agricole (vedi).
All’incontro in videoconferenza prenderanno parte i 48 componenti selezionati nei mesi scorsi nel percorso di concertazione portato avanti dal Sottosegretario Giuseppe L'Abbate. Al tavolo, che avrà durata triennale e avrà compiti consultivi e di monitoraggio, parteciperanno i rappresentanti dei ministeri dell'Interno, della Salute, dello Sviluppo economico, dell'Ambiente, dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e dell'Arma dei Carabinieri per la Difesa oltre ai tre dipartimenti del Mipaaf e agli Enti vigilati Crea, Ismea e Agea. In rappresentanza delle Regioni ci saranno la Puglia, il Friuli Venezia-Giulia, il Piemonte, l'Umbria e il Veneto. Il mondo produttivo sarà rappresentato da sei organizzazioni professionali agricole, quattro centrali cooperative agricole, sei organizzazioni di rappresentanza nazionale nonché sei associazioni di settore della canapa e due portatori di interessi. Per il mondo scientifico, infine, l'Università di Roma La Sapienza e di Modena e Reggio Emilia.
«Diamo avvio al confronto nel settore per pianificare le scelte future per rilanciare e sostenere le produzioni nazionali di canapa e rafforzare le politiche di filiera – ha dichiarato nei giorni scorsi il sottosegretario alle Politiche agricole, Giuseppe L'Abbate -. Il comparto potrà contare, inoltre, su parte dei 10 milioni di euro che abbiamo stanziato nell’ultima Legge di Bilancio. Sarà importante fare scelte condivise e ben calibrate affinché si possano dare concrete opportunità per il futuro del settore».
L'Italia con poco più di 4mila ettari, dati 2018, è seconda in Europa dopo la Francia, che domina la produzione comunitaria con 17.900 ettari di canapa industriale. In confronto al 1993, la crescita europea è del 614% con oltre 50mila ettari.

Redazione