AGRICOLTURA SOSTENIBILE, IL NODO È IL CAPITALE UMANO
- Andrea Vitali
Il 6° Rapporto AGRIcoltura100, presentato a Roma da Reale Mutua e Confagricoltura, mostra imprese agricole più sostenibili ma frenate da costi, margini e competenze.
La sostenibilità entra nella crisi dei margini
L’agricoltura italiana ha imparato a misurare la sostenibilità. Ora deve dimostrare di saperla organizzare. Il 6° Rapporto AGRIcoltura100, promosso da Reale Mutua in collaborazione con Confagricoltura e realizzato da MBS Consulting, Gruppo Cerved, fotografa un settore che migliora negli indicatori ambientali e nell’innovazione, ma resta stretto tra costi, mercati instabili e margini ridotti.

Il dato politico-economico è netto: la sostenibilità cresce dove l’impresa è più strutturata, investe, innova e riesce a stare nella filiera. Ma il passaggio decisivo riguarda il capitale umano. Senza lavoro stabile, competenze, giovani, donne e ricambio generazionale, la transizione rischia di restare un linguaggio più che una pratica produttiva.
I numeri che definiscono la cornice
Il Rapporto 2026, presentato a Roma a Palazzo della Valle, sede di Confagricoltura, si basa su un’indagine condotta su oltre 3.800 aziende agricole. La quota di imprese che raggiungono un livello elevato di sostenibilità è salita al 57,9%, contro il 49,3% del 2020, primo anno di rilevazione.
Nello stesso periodo si è quasi dimezzata la quota di aziende ferme a un livello iniziale, passata dal 21,6% all’11,9%. È un segnale importante: una parte crescente del settore primario ha ormai compreso che sostenibilità ambientale, innovazione e organizzazione aziendale non sono capitoli separati, ma componenti della stessa competitività.
Le imprese sostenibili crescono di più
Il dato più interessante riguarda il rapporto tra sostenibilità e andamento economico. Nell’ultimo anno ha registrato una crescita del fatturato il 30,6% delle imprese con alto livello di sostenibilità, contro il 14,6% delle aziende con livello base.
La differenza è troppo ampia per essere letta come coincidenza. Indica che la sostenibilità, quando entra nei processi e nelle scelte d’impresa, può diventare una leva di tenuta e di crescita. Non basta però dichiararla: deve tradursi in investimenti, gestione dei rischi, qualità del prodotto, organizzazione del lavoro e capacità di stare sui mercati.
Dazi, costi e tensioni internazionali
Il quadro resta difficile. Il 42% degli agricoltori si dichiara preoccupato per gli effetti dei conflitti commerciali. Le imprese segnalano aumento dei costi delle materie prime, difficoltà di mercato e riduzione delle quantità esportate.
Tra le aziende che operano sui mercati esteri, oltre il 70% ha già reagito con nuove politiche commerciali: il 45% ha cercato nuovi mercati di destinazione, il 20% ha rivisto contratti e condizioni con l’estero, mentre un altro 20% si è riorientato verso il mercato interno.
La compressione dei margini è il punto più critico. Già lo scorso anno il 42% delle imprese agricole aveva subito un aumento dei costi e solo il 26,4% dichiarava di poter intervenire sui prezzi di vendita. Il risultato è una redditività fragile: il 47,5% delle aziende intervistate ottiene un utile inferiore al 5% del fatturato.
I cinque driver della trasformazione
AGRIcoltura100 individua cinque leve per la trasformazione del settore: qualità, investimenti e innovazione, integrazione industriale, mitigazione della vulnerabilità idrogeologica, capitale umano.
La qualità resta un fattore competitivo essenziale per l’agricoltura italiana. Origine, tracciabilità, sicurezza, sostenibilità e valore simbolico del prodotto sono strumenti di posizionamento, non dettagli accessori. In questo ambito il 65,5% delle imprese ha raggiunto un livello elevato di sostenibilità.
L’innovazione conferma il proprio peso: il 70,3% delle imprese ha effettuato investimenti negli ultimi due anni. Tra le aziende con livello alto di sostenibilità, l’82,2% presenta anche un livello elevato di innovazione. Il legame è evidente: chi investe meglio riesce a produrre con più efficienza, ridurre impatti, migliorare qualità e rafforzare la gestione aziendale.
La filiera come risposta alla frammentazione
Uno dei limiti strutturali dell’agricoltura italiana resta la frammentazione. Secondo il Rapporto, circa la metà delle imprese agricole, il 50,2%, ha sviluppato attività connesse alla produzione primaria: trasformazione dei prodotti, produzione energetica, servizi ricettivo-turistici, attività sociali e formazione.
Queste attività non sono marginali. Per oltre la metà delle aziende che le praticano, contribuiscono ai ricavi per più del 30%. È qui che la sostenibilità incontra la filiera: un’impresa agricola più integrata è meno esposta, più vicina al mercato e più capace di trattenere valore.
Il driver dimenticato: le persone
Il quinto driver, il capitale umano, è probabilmente il più carico di visione e il più sottovalutato. In agricoltura si parla molto di acqua, energia, suolo, tecnologie e mercati. Si parla meno di chi dovrà usare quelle tecnologie, gestire il rischio, innovare i processi, leggere i dati, stare nella filiera e garantire continuità all’impresa.
Il capitale umano non è un capitolo sociale separato dalla produzione. È una infrastruttura produttiva. Senza competenze, formazione, lavoro stabile e ricambio generazionale, anche gli investimenti più avanzati rischiano di non produrre effetti duraturi.
Giovani, donne e competenze sono competitività
Attrarre giovani, valorizzare le donne, offrire lavoro stabile e gestire il passaggio generazionale non sono obiettivi di immagine. Sono condizioni per rendere l’agricoltura più solida, più innovativa e più capace di affrontare mercati incerti.
La sostenibilità vera passa anche da qui: dalla capacità delle imprese agricole di diventare luoghi in cui si lavora con prospettiva, si cresce professionalmente e si costruiscono competenze. In un settore esposto a crisi climatiche, commerciali ed energetiche, la differenza la farà sempre più la qualità delle persone e dell’organizzazione.
La sostenibilità non si dichiara, si organizza
Il Rapporto AGRIcoltura100 conferma che la sostenibilità è ormai una leva economica, ma il suo valore dipende dalla capacità delle imprese di trasformarla in gestione ordinaria. Qualità, innovazione, integrazione di filiera, rischio climatico e capitale umano non sono capitoli autonomi: sono parti dello stesso modello aziendale.
Per l’agroalimentare italiano la sfida è questa: passare dalla sostenibilità raccontata alla sostenibilità praticata. E il punto più delicato non è solo tecnologico o ambientale. È umano, organizzativo e generazionale. Senza persone preparate, motivate e coinvolte, l’agricoltura sostenibile resta incompleta.
Andrea Vitali– © Floraviva, riproduzione riservata – 12/05/26
