Il marchio Piante e Fiori d’Italia copre tutta la filiera e i comparti inclusi gli alberi dei vivaisti

in Servizi
Visite: 1744

Alla presentazione a Pescia del disciplinare del marchio di proprietà dell’Associazione Piante e Fiori d’Italia per la certificazione (volontaria) del made in Italy florovivaistico, il presidente Genovali ha lanciato l’idea di farne nel 2019 il marchio obbligatorio legato alla tracciabilità a fini fitosanitari imposta dall’Ue. Per i produttori il costo del marchio, che richiede periodiche comunicazioni di dati, è 650 euro all’anno. Per le aziende che lo richiedono come “utilizzatori” di piante e fiori made in Italy il costo sale ed è necessaria qualche documentazione in più.


Il disciplinare del marchio con logo tricolore Piante e Fiori d’Italia dell’omonima associazione è stato presentato ieri al Mercato dei fiori della Toscana – città di Pescia. Grazie ad esso il marchio, che è a titolo volontario, è diventato un vero marchio d’origine di prodotto che certifica la provenienza italiana delle piante e dei fiori che potranno fregiarsene e al tempo stesso il rispetto di tutte le norme in vigore nel nostro Paese, in particolare di quelle che disciplinano il settore del florovivaismo. Con la conseguenza di offrire molte più garanzie a confronto di prodotti florovivaistici provenienti da alcuni Paesi extraeuropei in cui vigono leggi meno stringenti sia sul fronte dell’eco-sostenibilità che delle condizioni di lavoro.
Come ha spiegato ieri Cristiano Genovali, presidente dell’Associazione Nazionale Piante e Fiori d’Italia, la sua associazione è un’agenzia speciale delle camere di commercio creata negli anni ’60 con l’intento di costituire un punto di riferimento per l’intero settore florovivaistico, dove i comparti della produzione e del commercio possono incontrarsi per discutere e promuovere tutta la filiera. Il marchio col logo tricolore Piante e Fiori d’Italia, ha spiegato Genovali, risale al 1989 per Italia 90, ma ad esso non era mai seguita l’approvazione del disciplinare che definisce quali aziende e in che modo possono ottenerlo. Questa lacuna è stata colmata lo scorso 31 maggio, quando l’Associazione ha approvato finalmente il disciplinare che lo collega a un sistema di certificazione di prodotto «con l’assenso delle associazioni di categoria agricole Cia, Coldiretti e Confagricoltura». C’è già l’ente terzo certificatore, l’agenzia DQA (Dipartimento Qualità Agroalimentare) di Roma e sono già state registrate le prime adesioni.
Possono ottenere il marchio, in forma singola o associata, sia i produttori florovivaistici sia le aziende che fanno anche o solo confezionamento e commercializzazione di piante e fiori (di ogni comparto: dal fiore reciso alla grande pianta ornamentale da esterno) alle seguenti condizioni: devono avere lo stabilimento produttivo (coltivazione e confezionamento) all’interno del territorio italiano e i prodotti devono essere coltivati, come è scritto nel testo del disciplinare, «in Italia a partire da seme, talea, piantina, astone, pianta madre, ecc. in modo tale che la parte prevalente del ciclo produttivo sia realizzata in Italia, e che tutte le fasi dello stesso ciclo produttivo siano conformi alle disposizioni comunitarie, nazionali e regionali in materia di sanità, sicurezza ed ambiente, oltre a rispettare uno standard qualitativo adeguato all’immagine del prodotto». Chi vuole fregiarsi del marchio deve inoltre, ovviamente, oltre ad essere regolarmente iscritto alla Camera di commercio e avere tutte le autorizzazioni necessarie, fare domanda di adesione al sistema di certificazione. Infine, come specificato da Genovali, c’è la possibilità di certificare non tutta la produzione aziendale, ma anche soltanto alcune linee produttive, perché ci sono molte aziende che fanno anche commercializzazione di prodotti non italiani. L’importante è che nelle linee produttive certificate l’italianità sia al cento per cento. E, ad esempio, se un’azienda non agricola vuole certificare una linea di bouquetteria, tutti i fiori utilizzati in quei bouquet devono essere made in Italy.
Quanto costa ottenere il marchio Piane e Fiori d’Italia? Per i produttori puri 650 euro all’anno, senza distinzioni di dimensioni aziendali. Il costo sale e può variare in base a parametri (non spiegati ieri) per le aziende di produttori/utilizzatori, cioè che fanno produzione ma anche confezionamento o commercializzazione, e anche per gli utilizzatori non produttori. A che tipo di controlli saranno sottoposte dall’ente certificatore le imprese che aderiranno al disciplinare di Piante e Fiori d’Italia? Genovali non è entrato nei dettagli, ma ha spiegato che si tratterà di controlli centrati sulla verifica dell’italianità di tutti i prodotti che si fregiano del marchio. Nel disciplinare è scritto che il produttore «deve predisporre la documentazione per dimostrare: il rispetto dei requisiti di legge; le quantità di prodotto raccolte quotidianamente; le modalità di realizzazione della attività di post raccolta e conservazione/stoccaggio temporaneo e trasporto» e che i produttori «devono comunicare periodicamente i dati relativi ai quantitativi di prodotto agricolo raccolto e commercializzato». Per gli utilizzatori, oltre ad analoga comunicazione periodica, il disciplinare prevede nella documentazione di autocontrollo: l’elenco fornitori (solo se utilizzatori); la registrazione della rintracciabilità della materia prima; e la «documentazione di registrazione di a) dati di produzione giornaliera (identificazione del prodotto in numero di lotti in ingresso, parametri di processo (se effettuate operazioni post raccolta) e di conservazione, prodotto realizzato in numero di confezioni, b) immissione sul mercato delle confezioni realizzate ed etichettate, c) esito delle verifiche di conformità del processo e prodotto ai requisiti stabiliti dal disciplinare e le attività realizzate in caso di esito negativo».
E’ verosimilmente anche alla luce di queste caratteristiche del disciplinare che, durante la conferenza stampa di ieri, Cristiano Genovali ha lanciato l’idea di fare del marchio Piante e Fiori d’Italia nel 2019 il marchio obbligatorio che sarà imposto dall’Unione europea per garantire la tracciabilità di tutti i prodotti florovivaistici a fini fitosanitari. A suo avviso, il marchio di proprietà della sua associazione è una candidatura congeniale a tale ruolo in quanto espressione delle camere di commercio.
Sentito al termine dell’incontro dal cronista di Floraviva, Genovali ha risposto ad alcune domande, fra cui le seguenti.
Il nuovo disciplinare è frutto anche di un accordo o concertazione solo con le associazioni di categoria agricole o anche con quelle di settore come Anve o i Vivaisti Italiani (non che foste tenuti a farlo ovviamente)?
«Siamo un marchio pubblico, espressione delle camere di commercio. Quindi non è che abbiamo bisogno di andare a fare accordi con altre associazioni che sono private. Il marchio è aperto a tutte le attività agricole, a tutte le aziende che vogliano aderire, basta che stiano all’interno del disciplinare. Non ci sono motivazioni per escludere nessuno».
Si tende ad associare, forse erroneamente, Piante e Fiori d’Italia più alla floricoltura che al vivaismo ornamentale…
«Ma no, perché Piante e Fiori d’Italia non ha dentro solo un settore del florovivaismo, ma li ha dentro tutti, è un’associazione interdisciplinare: ci sono dentro anche i fioristi». […]
Voi pensate che un marchio che identifichi e promuova tutte le piante italiane insieme sia il livello giusto di promozione?
«Uno ci crede, poi bisogna vedere. Ripeto si tenta di fare qualcosa che secondo noi manca, poi se non è gradito in primis agli agricoltori perché pensano che non ne hanno un’esigenza vorrà dire che avremo sbagliato mission».
Ma secondo lei sarà più utile con il consumatore italiano o all’estero?
«Sicuramente anche all’estero perché va a identificare delle produzioni. […] [da noi] c’è ancora una tradizionalità dell’approccio alla coltivazione che permette di avere un’estrema qualità. Noi vogliamo evidenziare questa estrema qualità. Se le persone capiranno quale è la mission, allora sicuramente questa iniziativa avrà un successo come ci auguriamo. Se non viene capito, allora vorrà dire che abbiamo sbagliato».

Lorenzo Sandiford