Stile green, agricoltura bio e ortoflorovivaismo per la Toscana

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Da agosto, a quattro mesi dal mio ultimo editoriale, è interessante osservare come nella green life in stile toscano i quadri regolamentativi, le attività di promozione e lancio sui mercati, gli strumenti finanziari e tecnici messi a disposizione e le nuove tendenze dei consumatori si siano mossi a velocità impressionanti.
Come mai? La risposta è la "crisi".
Personalmente non sono d'accordo che si debba chiamarla così. Credo invece che questo sia un cambiamento epocale che parte da una recessione che non transiterà per la curva depressiva per poi risalire con la classica curva di ripresa, ma che si stabilizzerà portando a un cambiamento del concetto stesso di bisogno/desiderio. Per i più interessati, consiglio la lettura di questo articolo di Franco Cabutto su Trend on-line.
Noi di Floraviva, su queste pagine solo per navigatori del web, in quattro mesi abbiamo frequentato e documentato le nostre aree d'interesse ed alcuni degli eventi pertinenti anche fuori regione, ma sempre in un’ottica “toscanocentrica”.
Il miglior esempio di visione allargata dello stile green toscano è stato certamente messo in campo, e qui lo possiamo dire senza timori di smentite, da Expo Rurale, tenutasi alle Cascine di Firenze di fronte alla Facoltà di Agraria. Una kermesse dove, oltre ad ammirare il sistema agroambientale toscano, i visitatori hanno potuto apprezzare con che naturalezza si possa vendere un concetto allargato di brand Toscana: un concetto che sfrutti tutte le sue peculiarità in modo sinergico e a stretto contatto con il turismo, l’enogastronomia ed il rispetto dell’ambiente. Una bella manifestazione che comunica, soprattutto alle famiglie e ai giovani, come l’agricoltura ci possa far vivere bene. Sì, quel bene che dà valore alle cose importanti.
Ad Expo Rurale l’area dedicata all’ornamento e al verde d’arredo è stata rappresentata dal distretto floricolo di Viareggio e Pescia e da quello vivaistico di Pistoia. Un impegno il loro che, esclusa l’olivicoltura integrata al prodotto finito, non possiamo dire abbia tenuto il confronto con le altre merceologie o servizi. Anche se decorosa, la presenza dei due distretti è mancata di creatività e di assortimento. Forse questa opportunità non era ritenuta dai player tale da poter portare grande beneficio alle rispettive filiere.
Comunque il lavoro di comunicazione e di promozione non si compie con delle “secchiate d’acqua” e quello che più conta sono le gocce di tutti i giorni, che danno forma ad una immagine tanto di sistema quanto di prodotto con contenuti valoriali forti. Un concetto quest’ultimo che, come ben espresso metaforicamente dal presidente del distretto floricolo Marco Carmazzi durante il congresso sulla floricoltura tenutosi a Viareggio sotto l’egida Cia il 6 novembre scorso, necessita di maggior apertura e di “alzare ogni tanto la testa dal solco”. Ed io aggiungo: di non lasciarsi passare gli elefanti di fronte senza accorgersene. Eh sì, perché la prassi di comunicare con attenzione giornaliera dovrebbe essere del tutto congeniale all’agricoltura; e non tenerne conto è come dimenticare di irrigare le colture.
Una riflessione a parte la merita poi il biologico. Nel vivaismo e nella floricoltura il bio è rimasto, a quanto mi risulta, a una ricerca del 2005, quando Carrai, allora in ARSIA, sciorinò con la sua solita precisione i risultati di 4 anni di studio. Bisogna pensare che il biologico toscano, in agricoltura, è l’innovazione: corrisponde a un più forte sentire di un’utenza che lo chiede a viva voce, è un “secondo grado” mai visto in altre merceologie. Va considerato infatti che sul web, in agricoltura, la combinazione di parole “agricoltura biologica” è in assoluto la più cercata/cliccata.
D’altro canto, l’Aiab ha proprio recentemente presentato le priorità da sottoporre alla Pac per il prossimo regolamento che entrerà in vigore nel 2016 e che sostituirà il macchinoso 834/07, che ha però sin oggi tutelato e reso il biologico così appetibile. Semplificazione burocratica, importazioni trasparenti, tutelare di più le biodiversità, maggior attenzione alla efficienza energetica, no agli Ogm, includere nuovi settori come la ristorazione collettiva. Insomma, indicazioni importanti sia dal punto di vista normativo che da quello concreto della gente (gli utenti finali). Un settore, questo, in cui la Regione Toscana sta investendo sempre di più, conscia che essere “bio” è un plusvalore su tutte le leve valoriali toscane: ambiente, turismo, enogastronomia... potremmo dire, in gergo da story teller, un “tag” che crea un giusto gancio con tutti i mantra toscani.
Ma, restando al quadro normativo, lo scossone più importante al comparto agricolo è arrivato dal Ministero delle politiche agricole del ministro Catania con l’art. 62 della legge sulle liberalizzazioni. Certo una legge che, come si può facilmente comprendere, riequilibra le forze in gioco, rompendo anche quegli schemi oligopolistici che si sono venuti a creare proprio per un uso speculativo delle leve finanziarie, e riallineando, anche di fronte al sistema creditizio, i player. E’ altrettanto chiaro che il sistema creditizio dovrà, da subito, dare un effettivo supporto alle imprese agricole. E speriamo quindi che le banche non si vadano invece a nascondere, grazie all’articolo 62, dietro un ipotetico miglioramento del cash flow aziendale negando così anticipazioni o addirittura chiedendo rientri su quelli già concessi. Servirebbe in realtà contemporaneamente una legge che obbligasse gli istituti creditizi a leggere i business plan al di là delle garanzie reali e ad assumersi il rischio, come qualsiasi imprenditore fa giornalmente, e a non concedere finanziamenti perché co-garantiti o totalmente garantiti o peggio ancora per conoscenze. Il rischio d’impresa esiste per l’imprenditore come per la banca, che fa il lavoro di vendere i soldi. Imprese, quelle bancarie, assieme alle assicurazioni, che riescono comunque a far quadrare i bilanci. L’indicazione del Ministero è ad ogni modo chiara: rapidamente l’agricoltura deve assumere un assetto quanto più imprenditoriale possibile e noi in Toscana possiamo prima e meglio di altri fare una salsa che il mercato è pronto a gustare.
Lo stesso ortoflorovivaismo della Valdinievole, che spesso seguiamo, vista anche la nostra vicinanza al “Comicent” di Pescia, che provvede alla commercializzazione dei fiori nell’Italia centrale, dovrebbe rivedere una volta per tutte, nell’ambito del distretto floricolo Lucca Pistoia, le sue strategie. Il florovivaismo lucchese, infatti, oltre ad avere la presidenza del distretto con Marco Carmazzi, inserisce una nuova pedina importante con la recente presidenza di Coldiretti Lucca assegnata a Cristiano Genovali, floricoltore e presidente del Mercato dei fiori di Viareggio, senza dimenticare la pur del tutto legittima influenza della struttura consortile Toscana Produce e della Camera di Commercio lucchese. Pescia, invece, finisce per essere trascurata dalla quasi inevitabile indifferenza pistoiese, che ha nel vivaismo ornamentale il proprio gioiello da preservare (di nuovo, del tutto legittimamente).
Attendiamo con ansia di sapere, comunque, se il regolamento unico di distretto più volte invocato dall'assessore regionale all'agricoltura Salvadori verrà firmato dal Comune di Viareggio e a chi andrà la direzione del Comicent di Pescia, che sarà conferita secondo quanto stabilito nel bando di concorso che aveva come scadenza per l'invio delle domande il 28 dicembre 2012.
I chiaroscuri che questo comparto continua a mostrare, quasi ignaro che tutto il resto si muove a grande velocità passando dal crowdsourcing al km 0 sino all'e-commerce, rischiano di lasciare sul campo tanti morti.
Torno ad essere ottimista quando guardo la nuova farfalla, il brand del vino toscano, che si libra a Palazzo Sacrati Strozzi, dove è stata presentata, e contemporaneamente a NewYork e ad Hong Kong, capace di divenire il simbolo di tutto l’agroalimentare toscano in un sol battito d’ali, sperando che ciò possa essere di stimolo ad imprenditori, operatori e tecnici di altri settori. Ed infine quando insigni professori ad Olea, il congresso tenutosi in dicembre al centenario Istituto Agrario Dionisio Anzilotti di Pescia, annunciano che per mezzo del Dna sull’olio di oliva si potrà in un futuro non troppo distante decifrare la provenienza dell’olio (anzi che in certi casi è già possibile).
Auguri per il 2013!

Andrea Vitali