UN ALBERO PER SOFFOCARE L'ITALIA
- AnneClaire Budin
Importato dall'Asia come specie ornamentale, l'ailanto è oggi tra le piante invasive più pericolose d'Europa. Cresce ovunque, danneggia ecosistemi, biodiversità e infrastrutture.
Per oltre due secoli è stato considerato un alleato. Bello, resistente, veloce nella crescita, capace di attecchire dove altre specie fallivano. Oggi l'ailanto, o Albero del Paradiso (Ailanthus altissima), è diventato uno dei principali nemici della biodiversità italiana.
Lo si incontra quasi ovunque: lungo le strade, nei terreni incolti, nei cantieri abbandonati, nelle scarpate ferroviarie, tra le crepe dei marciapiedi e persino sui muri di edifici storici. La sua presenza è talmente diffusa da passare spesso inosservata. Eppure dietro quell'aspetto elegante si nasconde una delle specie invasive più aggressive presenti nel nostro Paese.
Originario della Cina e del Vietnam, l'ailanto arrivò in Europa nel XVIII secolo. Il nome deriva da una parola asiatica che significa "albero del cielo", trasformata poi nell'affascinante appellativo di Albero del Paradiso. La sua introduzione avvenne per scopi ornamentali e paesaggistici. Cresceva rapidamente, sopportava l'inquinamento urbano, richiedeva poca manutenzione e offriva ombra in tempi brevi.
Per decenni fu impiegato nei viali cittadini, nei parchi pubblici e persino nei programmi di consolidamento dei terreni soggetti a erosione. In alcuni casi venne utilizzato anche per il recupero ambientale di cave e aree minerarie dismesse. Una scelta che oggi appare paradossale.

La straordinaria capacità di adattamento che ne aveva decretato il successo è infatti la stessa che lo ha trasformato in un problema ecologico.
Un singolo esemplare femminile può produrre fino a 300 mila semi all'anno. Le samare vengono trasportate dal vento per centinaia di metri, colonizzando rapidamente nuovi ambienti. Ma il vero segreto del suo successo è nascosto sottoterra. L'apparato radicale emette continuamente polloni che possono generare nuove piante anche a notevole distanza dal tronco madre.
Tagliare un ailanto raramente risolve il problema. Al contrario, la pianta reagisce intensificando la produzione di ricacci. È una strategia di sopravvivenza che rende estremamente difficile il contenimento della specie.
L'ailanto cresce fino a tre metri in una sola stagione vegetativa, tollera siccità, inquinamento e terreni poveri. Questa robustezza gli consente di colonizzare rapidamente aree urbane e naturali.
L'invasione non riguarda soltanto gli spazi urbani. Nei boschi degradati, nelle aree naturali e negli ambienti semi-naturali l'ailanto compete con la vegetazione autoctona, sottraendo luce, acqua e nutrienti.
Inoltre foglie, corteccia e radici rilasciano sostanze allelopatiche che ostacolano la germinazione e lo sviluppo di molte altre specie vegetali. In pratica modifica l'ambiente a proprio vantaggio, riducendo progressivamente la biodiversità.
Non meno rilevanti sono i danni alle infrastrutture. Le radici riescono a penetrare nelle pavimentazioni, nelle murature storiche, nei sistemi di drenaggio e nelle opere di contenimento. Per amministrazioni pubbliche e gestori del verde rappresentano una voce di spesa crescente.
Per queste ragioni nel 2019 Ailanthus altissima è stato inserito nell'elenco europeo delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale. La commercializzazione, la propagazione, l'impianto e la diffusione volontaria sono oggi vietati.
Ma il danno è ormai fatto. L'ailanto è presente in gran parte del territorio italiano e la sua completa eradicazione appare oggi irrealistica. L'obiettivo è quindi contenerne la diffusione e limitare gli impatti sugli ecosistemi e sulle infrastrutture.
Un esempio interessante arriva dalla Svizzera, dove l'ailanto è oggetto di programmi specifici di monitoraggio e contenimento. Nella Svizzera meridionale sono stati sviluppati progetti per studiare la diffusione della specie, comprenderne il comportamento ecologico e definire strategie di controllo efficaci e sostenibili.
L'approccio svizzero si basa su alcuni principi semplici: individuazione precoce delle nuove infestazioni, mappatura delle popolazioni esistenti, interventi tempestivi sulle giovani piante, monitoraggio continuo e progressiva sostituzione con specie autoctone. Una strategia che punta sulla prevenzione più che sull'emergenza.
Per l'Italia potrebbe rappresentare un modello utile, soprattutto nelle aree protette, nei boschi e nei contesti urbani di pregio storico e paesaggistico.

La gestione dell'ailanto richiede pazienza. Le giovani piantine possono essere estirpate manualmente, avendo cura di rimuovere completamente l'apparato radicale. Negli esemplari adulti una delle tecniche più efficaci consiste nella cercinatura, ovvero la rimozione di una fascia continua di corteccia attorno al tronco. Interrompendo il flusso della linfa si porta progressivamente la pianta all'esaurimento.
Dove non si utilizzano erbicidi, il controllo dei polloni deve essere costante. I ricacci vanno eliminati non appena compaiono, ripetendo l'intervento per diversi anni. È una strategia lenta ma sostenibile, che consente di indebolire progressivamente le riserve accumulate nelle radici.
Fondamentale è anche la successiva rinaturalizzazione con alberi e arbusti autoctoni. Un terreno occupato da vegetazione locale sana e diversificata offre infatti minori opportunità di reinsediamento all'ailanto.
La storia dell'ailanto rappresenta una lezione importante per il mondo del verde. Una specie introdotta per la sua velocità di crescita e per le sue qualità ornamentali può trasformarsi, nel tempo, in un problema ambientale di grandi dimensioni.
Oggi l'Albero del Paradiso è uno dei simboli delle conseguenze che possono derivare dall'introduzione incontrollata di specie esotiche. Una riflessione che riguarda non solo la gestione del verde pubblico, ma anche il vivaismo, la progettazione del paesaggio e la tutela della biodiversità.
Perché non tutte le piante che crescono ovunque rappresentano una risorsa. Alcune, come l'ailanto, finiscono per soffocare proprio quell'equilibrio naturale che oggi cerchiamo di difendere.
Anne-Claire Budin – © Floraviva, riproduzione riservata – 06/06/26
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