VIVAISMO, PISTOIA TRA EXPORT, EUROPA E UNA REGIA ANCORA DEBOLE
- Andrea Vitali
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in Editoriali
Nel panel finale di “Vivaismo risorsa dell’Europa” le associazioni rilanciano i dossier veri del comparto: conoscenza del vivaismo a Bruxelles, Fitolab, ricambio generazionale, domanda interna e strumenti comuni. Ma per un distretto fortemente esposto all’export il punto resta uno: chi governa davvero la strategia del settore fra livello regionale, nazionale ed europeo?
Più che una sintesi, il panel delle associazioni ha rimesso sul tavolo i nodi veri
A Pistoia il vivaismo ha fatto ciò che da anni sa fare bene: ha mostrato peso economico, identità, vocazione internazionale, capacità produttiva. E ha anche rimesso in fila le criticità che tutti conoscono: fitosanitario, giovani, rappresentanza, filiera, reputazione pubblica, Europa. Tutto giusto. Ma il punto, ormai, non è più nominare i problemi. È decidere su quale scala li si voglia affrontare davvero.
Anche il protocollo “Piante di Toscana”, annunciato in Regione a febbraio tra il Distretto Rurale Vivaistico Ornamentale di Pistoia e il suo soggetto referente AVI, va letto per quello che è: un tassello regionale, utile ma non risolutivo. Il confronto di venerdì stava già su un altro piano, quello nazionale ed europeo. Ed è lì che il vivaismo pistoiese, forte di una vocazione all’export consolidata, continua a cercare non tanto nuove dichiarazioni d’intenti, quanto una regia capace di tenere insieme territorio, governo centrale e Bruxelles.
Il livello europeo è decisivo, e il richiamo di Torselli resta centrato
Per questo il richiamo di Francesco Torselli alla scarsa conoscenza del vivaismo nelle politiche europee resta, a mio giudizio, uno dei passaggi più centrati emersi dall’intera giornata. Se Bruxelles non conosce abbastanza il settore, ne capisce poco il peso economico, le specificità produttive e il ruolo ambientale. E un comparto che esporta molto ma viene compreso poco resta esposto due volte: alle regole scritte da altri e alle turbolenze del quadro internazionale.
Accanto a Torselli, va ricordato il ruolo di Patrizio La Pietra, sottosegretario al Masaf e fra i principali promotori dell’iniziativa. La Pietra ha richiamato l’imminente regolamentazione del comparto attraverso la legge quadro sul florovivaismo, segnale che il tema sta cercando finalmente una sponda anche sul piano nazionale. Non è un dettaglio. Se il vivaismo vuole davvero crescere di scala, il passaggio da Pistoia a Bruxelles non può fare a meno del governo centrale.
In questa chiave va letto anche lo sforzo di aver chiamato al confronto gli assessori Alessandro Beduschi per la Lombardia, Leonardo Marras per la Toscana e Dario Bond per il Veneto. Più che una presenza di rappresentanza, è sembrato il tentativo di allargare il campo: portare il vivaismo su un terreno di confronto regionale e nazionale, coerente con un settore che non può più pensarsi soltanto come eccellenza territoriale, ma come sistema produttivo e imprenditoriale chiamato a pesare di più anche in Europa.
Il mercato interno resta il grande non detto
C’è poi un secondo nodo, che nel settore si tende ancora a trattare troppo poco. Se il vivaismo pistoiese è fortemente dipendente dall’export, allora dovrebbe interrogarsi più seriamente su come mitigare il rischio estero. Non per ripiegamento difensivo, ma per equilibrio strategico. Dipendere in misura così forte dai mercati internazionali significa esporsi a variabili geopolitiche, logistiche, valutarie e commerciali che oggi, nel clima internazionale, sono molto meno stabili di ieri.
Da anni su Floraviva si richiama la necessità di rafforzare anche il mercato interno, proprio per ridurre questa vulnerabilità. Nel panel, a riportare con maggiore nettezza questo punto è stata soprattutto Nada Forbici, quando ha rimesso in circolo il tema del bonus verde come uno dei pochi strumenti che avevano dato una spinta alla domanda nazionale. Ed è un richiamo da non archiviare troppo in fretta. Per un settore così orientato all’estero, la tenuta del mercato domestico non è un dettaglio: è una forma di assicurazione strategica.
Forbici: l’Europa conta, ma conta anche capire dove si conta davvero
L’intervento di Nada Forbici è stato fra i più robusti del panel. Ha insistito sulla scarsa conoscenza del vivaismo nelle sedi europee, sulla reciprocità mancata tra Paesi membri, sulla trasparenza ancora imperfetta in materia fitosanitaria e sul fatto che il comparto non possa continuare a essere trattato come marginale nelle politiche che contano. È una linea che regge, perché mette insieme mercato, regole e rappresentanza.
Interessante anche un’altra sfumatura. Forbici invita Vannino Vannucci e Aldo Alberto a Bruxelles, ma distingue quel piano da quello della consulta, richiamata come momento successivo e separato. È un dettaglio solo in apparenza. In realtà segnala che, nel vivaismo, il problema non è solo esserci: è capire dove si conta, con quale ruolo e con quale capacità di incidere.
Forbici ha anche fatto bene a ricordare che il vivaismo non può essere trattato come un problema ambientale quando, al contrario, produce alberi, paesaggio, benessere urbano e valore ecologico. Ma anche qui vale una regola semplice: se si vogliono far valere davvero crediti di sostenibilità, valore del verde e centralità ambientale, bisogna trasformare queste parole in strumenti leggibili e vantaggi reali per le imprese.
Vannucci: temi centrali, che ora chiedono un perimetro più definito
Vannino Vannucci ha rilanciato temi centrali per il comparto: identità del vivaismo, sostenibilità, formazione dei giovani, protocollo territoriale e soprattutto Fitolab, indicato come leva per rafforzare garanzie sanitarie e reputazione commerciale del prodotto pistoiese. Sono tutti dossier rilevanti, che fotografano bene le priorità di una filiera chiamata a misurarsi con mercati sempre più selettivi.
Proprio per questo, però, alcuni passaggi chiedono oggi un perimetro più definito. Sul vaso “green”, ad esempio, il settore utilizza da tempo contenitori derivati in larga parte da plastica riciclata. La novità, allora, più che nell’enunciazione, andrebbe chiarita nella sua scala: quanti pezzi coinvolge, quale quota reale del consumo copre, quale impatto industriale produce in un distretto che di vasi ne consuma milioni.
Lo stesso vale per Fitolab. Qui un punto fermo c’è già: esiste una base di finanziamento pubblico già richiamata nei mesi scorsi. Ma, come ha lasciato intendere anche Luca Magazzini, il tema vero sembra oggi un altro: dare al progetto una forma stabile, condivisa e partecipata. Se infatti il laboratorio deve poggiare su un consorzio o comunque su una struttura societaria, il passaggio decisivo non è solo l’annuncio delle risorse, ma la capacità del comparto di aderire davvero, assumendosi anche una quota di partecipazione e di responsabilità economica.
È qui che Fitolab diventa un test non solo tecnico, ma politico-industriale. Perché uno strumento di sistema si misura anche dalla disponibilità degli operatori a riconoscerlo come proprio, e non soltanto come progetto auspicabile finché resta in capo ad altri. Resta poi da chiarire come questo assetto si coordinerà con un Servizio fitosanitario regionale che il comparto stesso riconosce come presidio tecnico efficace: non in termini alternativi, ma di funzioni, ruoli e valore aggiunto.
Anche il richiamo alla presenza di AVI in ENA apre una questione interessante. Se quella sede deve rappresentare un canale utile di interlocuzione europea per il vivaismo, sarebbe importante capire con maggiore evidenza quali iniziative, dossier o risultati concreti possano derivarne per il settore. Non per mettere in discussione il principio della rappresentanza, ma per misurarne meglio la ricaduta operativa.
L’assenza di Ferrini pesa, perché il distretto resta un riferimento atteso
In questo quadro, l’assenza di Francesco Ferrini non passa inosservata. Non perché un presidente di distretto non possa avere impedimenti personali, ma perché qui non si parla di un ospite qualunque. Si parla del presidente del Distretto, cioè di uno dei riferimenti naturali di un appuntamento che ambiva a ragionare sul futuro della filiera fra territorio, Italia ed Europa.
Proprio per questo, la sua mancata presenza lascia sullo sfondo una domanda di opportunità e di rappresentanza. Anche perché arriva dopo settimane in cui il Distretto aveva accreditato come strategico il percorso del protocollo con la Regione. In un passaggio del genere, la presenza del presidente avrebbe probabilmente contribuito a dare maggiore continuità e compattezza al quadro complessivo.
Tesi: il ricambio non si eredita, si organizza
Fra gli interventi più schietti, quello di Fabrizio Tesi ha toccato il nervo più scoperto. L’avvicendamento generazionale non è più, da tempo, la semplice continuità fra padre e figlio. Quel modello ha accompagnato la crescita del vivaismo in un’altra stagione, con altri mercati, altri stimoli, altre aspettative sociali. Oggi i figli studiano di più, escono dal perimetro aziendale, fanno esperienze altrove, spesso all’estero. Se rientrano, bene. Ma non si può continuare a ragionare come se la tenuta della filiera dipendesse ancora dalla disponibilità dei figli a “prendere in mano il vivaio”.
Il nodo, qui, non è affettivo. È industriale. Il vivaismo pistoiese è pronto a passare dal modello padronale-familiare a uno davvero manageriale? Perché, se non lo fa, il rischio non è solo perdere continuità generazionale. È perdere capacità organizzativa, pluralismo imprenditoriale e ricambio delle competenze.
Una filiera larga, un mercato guidato da pochi
Il vivaismo pistoiese viene spesso raccontato come una galassia ampia e diffusa di imprese. Ed è vero. Ma è altrettanto vero che la capacità di orientare prezzi, reputazione, relazioni commerciali e peso associativo resta concentrata in un numero ristretto di grandi operatori. Non è uno scandalo: è la struttura reale del mercato.
Il problema è un altro. Finché il comparto continuerà a raccontarsi come comunità diffusa ma a muoversi, di fatto, come oligopolio, molte delle sue contraddizioni resteranno aperte. Anche il ricambio, anche la managerialità, anche la rappresentanza. Perché in un mercato così concentrato il passaggio dall’autorevolezza storica alla regia condivisa è più difficile di quanto si ammetta pubblicamente.
Magazzini, Alberto e Trinci: temi veri, ma serve una scala più adulta
Luca Magazzini ha difeso con ragione la crescita del comparto in termini di organizzazione, qualità del lavoro, professionalità e capacità contrattuale. Aldo Alberto ha richiamato la centralità delle piccole e medie imprese e del bisogno di servizi, informazione e accompagnamento. Lisa Trinci ha insistito sul fatto che il vivaismo non debba subire la transizione ecologica ma guidarla. Sono tutti punti sensati. Ma oggi non basta più che siano veri. Devono diventare operativi.
Il vivaismo pistoiese conosce benissimo i propri dossier. Quello che ancora non appare del tutto risolto è il salto di scala: dal sapere che cosa manca al decidere chi lo deve fare, con quali strumenti, su quale mercato e con quale regia.
La notizia vera di Pistoia
La notizia vera uscita da Pistoia non è che il settore abbia ribadito problemi noti. Quelli li conosciamo da anni. La notizia è che il vivaismo mostra sempre più chiaramente di essere arrivato a un punto di snodo. Il livello regionale può aiutare, ma non basta. Il livello europeo è decisivo, ma va presidiato meglio. Il governo centrale può essere una sponda, ma va misurato sugli esiti. Il mercato estero resta fondamentale, ma non può essere l’unica gamba. Il ricambio non si risolve più in famiglia. E la regia della filiera, semplicemente, non può restare una formula.
Pistoia conosce il proprio valore. Adesso deve decidere se vuole davvero organizzarlo.
Andrea Vitali © Floraviva, riproduzione riservata – 16/03/26
