SAN VALENTINO: DALL'ANTICA ROMA ALLA FORMULA DELL'INNAMORAMENTO
- Andrea Vitali
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in Ispirazioni
Prima dei cuori e delle rose c’erano dèi, riti selvaggi e feste pagane. Poi arrivò la buona coscienza cristiana. Oggi ci restano fiori, romanticismo… e perfino un’equazione.
Prima dei bigliettini romantici e delle cene a lume di candela, febbraio era tutt’altra storia. Nell’Antica Roma, a metà mese, si celebravano i Lupercalia: feste arcaiche, un po’ rumorose e decisamente poco educate, dedicate alla fertilità, al risveglio della natura e a quel salutare ritorno al caos che serviva a rimettere in moto il mondo.
Si onorava Fauno nella sua versione più campestre, Luperco, protettore delle greggi e garante della prosperità. In pratica: meno galateo, più istinto.

Era un momento in cui le regole sociali venivano temporaneamente sospese, tra corse rituali e gesti propiziatori per assicurarsi raccolti abbondanti, matrimoni fecondi e primavere generose. Un San Valentino ante litteram, ma senza cioccolatini.
Con l’arrivo del cristianesimo, però, questa allegria pagana cominciò a stare stretta. Troppo disordine, troppa pelle scoperta, troppa vitalità. Così, con grande senso pratico, la Chiesa decise di fare quello che ha sempre fatto meglio: recuperare, riorganizzare e rimettere tutto in carreggiata. I Lupercalia vennero archiviati e, al loro posto, comparve una festa dell’amore più composta, più morale e decisamente più presentabile.

È qui che entra in scena San Valentino, vescovo e martire, passato alla storia come protettore degli innamorati grazie a un gesto semplice e potente: aiutare una giovane senza dote a sposare l’uomo che amava. Addio fruste rituali, benvenuti buoni sentimenti. L’amore cambiava linguaggio: dalla fertilità collettiva si passava al romanticismo individuale.
Nei secoli successivi la festa prese sempre più la piega che conosciamo oggi. Dal Medioevo ai paesi anglosassoni, fino all’Ottocento americano, quando i biglietti d’amore iniziarono a essere prodotti in serie, San Valentino diventò una ricorrenza popolare globale.
E, nel frattempo, un fiore si impose su tutti: la rosa rossa. Già sacra a Venere per i Romani, perfetta per dire “ti amo” senza bisogno di parole, abbastanza elegante da piacere ai romantici e abbastanza spinosa da ricordare che l’amore non è mai del tutto indolore.
Ma siccome viviamo nell’era dei dati, qualcuno ha pensato bene di aggiungere un ultimo passaggio alla lunga storia di San Valentino: trasformare i sentimenti in numeri. Ed ecco arrivare la ricetta matematica dell’innamoramento.
Secondo una proposta scherzosamente scientifica, l’amore si può riassumere così:
1,7×A + 1,5×B + 1,5×C + 1,5×D + 1,3×E = Y
Dove A è l’attrazione per il partner, B il piacere della sua compagnia, C il desiderio di intimità, D il bisogno di sentirsi accettati ed E la paura di essere abbandonati.
A ogni voce si dà un voto da 1 a 10, si fa il conto ed esce un numero: Y. Poi si ripete l’esperimento pensando alla persona amica più cara. Se la differenza tra i due risultati supera i 15 punti, congratulazioni: siete ufficialmente più innamorati che affezionati.
Una sorta di test sentimentale fai-da-te, dove moltiplicazioni e coefficienti provano a mettere ordine tra batticuori, messaggi notturni e sguardi rubati.
Così, tra riti pagani, recuperi cattolici, rose rosse e formule algebriche, San Valentino continua il suo viaggio millenario. Cambiano i simboli, cambiano i linguaggi, ma il cuore della festa resta lo stesso: celebrare quel misterioso equilibrio tra natura e cultura che chiamiamo amore. E se oggi possiamo accompagnarlo con un fiore… o con una calcolatrice, tanto meglio.
AnneClaire Budin – © Floraviva, riproduzione riservata – 02/02/2026