Scanavino sulle politiche agricole, florovivaistiche e olivicole di Cia

Intervista a Dino Scanavino, recentemente confermato alla guida di Cia-Agricoltori Italiani: nelle politiche agricole più risorse all’innovazione, comprese biotecnologie e cisgenetica, Codice unico dell’agricoltura, riforma sistema Agea, riduzione barriere doganali nel rispetto della reciprocità; nel florovivaismo segnali positivi ma non ancora ripresa, da risolvere le emergenze fitosanitarie e scarseggiano i brevetti sulle piante ornamentali, bene le fiere e un loro coordinamento, un po' di scetticismo sul marchio nazionale Piante e fiori d’Italia, a cui preferisce una garanzia sulla sicurezza fitosanitaria; tra le priorità della filiera olivicola, invertire il trend produttivo in discesa, ma valorizzare i propri punti di forza identitari, anche con il miglioramento del nostro patrimonio varietale.    

 
Verso la fine dello scorso febbraio Dino Scanavino è stato confermato alla presidenza di Cia-Agricoltori Italiani. Il via libera della Confederazione al suo secondo mandato è avvenuto nel corso della VII Assemblea nazionale di Cia ed è stato unanime. Il vivaista piemontese Scanavino guiderà Cia per altri quattro anni. Floraviva lo ha sentito per farsi illustrare da lui, in prima persona, gli aspetti salienti del suo programma di mandato, con particolare attenzione al florovivaismo e un cenno anche sull’olivicoltura (su cui si era già espresso a margine dell’assemblea di Cia Toscana dell’8 febbraio, come si può vedere in questo nostro servizio). 
In pillole, quali sono i punti chiave del programma del suo nuovo mandato alla guida di Cia?
«I punti chiave del programma del nuovo mandato trovano sintesi nelle richieste alla politica avanzate nel corso del VII Assemblea nazionale. Parliamo di più risorse per l’innovazione, di favorire l’aggregazione di filiera e di mercato, spingere sulla semplificazione, rivedere la fiscalità agricola e difendere il budget della Pac. E’ necessario “Innovare per un futuro sostenibile”, come recita lo slogan del Congresso. Occorrono più finanziamenti prima di tutto sull’innovazione tecnica, che per il settore primario significa digitalizzazione, automazione e ICT-Information and Communications Technology; risparmio idrico e riciclo di risorse per ridurre le emissioni; ricerca sulle biotecnologie e sulla nuova frontiera della cisgenetica. Urgenti, poi, le misure legate all’innovazione organizzativa e il supporto agli imprenditori in tema di innovazione sociale. All’agricoltura occorre in primis una modernizzazione amministrativa, con l’attuazione di un Codice Unico dell’Agricoltura per costruire effettivi percorsi di de-legiferazione e semplificazione burocratica. Non solo, il settore necessita di una semplificazione del sistema dei pagamenti con una radicale e urgente riforma dell’intero sistema Agea e del sistema assicurativo con modelli di gestione più innovativa. Per quanto riguarda, infine, i negoziati di libero scambio e la Pac post 2020, la Cia è favorevole agli accordi commerciali per aumentare l’accesso ai mercati con la riduzione delle barriere doganali. E’ chiaro, però, che le trattative bilaterali devono sempre garantire il principio di reciprocità, la tutela dei prodotti sensibili e la clausola di salvaguardia. Quanto alla nuova Pac, il primo grande obiettivo è quello di mantenere il budget complessivo dedicato al settore agricolo, nonostante i timori per la Brexit. Bisogna riformare il sistema dei pagamenti diretti accrescendo il sostegno all’innovazione, al mercato, all’organizzazione di filiera; migliorare le politiche di gestione del rischio e di stabilizzazione del reddito e rendere i Piani di sviluppo rurale più flessibili. Un’elasticità che serve anche su greening e inverdimento».
Riguardo al florovivaismo, a cui lei appartiene come imprenditore privato, come vede la situazione generale in Italia, tenendo conto magari anche dei feedback che avrà ricevuto dalle sue aziende socie sull’ultima edizione di Myplant & Garden a Milano? Quali i problemi principali sul tappeto e che cosa prevede il programma di Cia?
«In merito alla situazione generale, ritengo i segnali di ripresa interessanti: c’è stato un aumento degli ordinativi di quest’anno rispetto all’anno passato. E’ presto per parlare di una vera e propria ripresa del settore meglio lavorare per stabilizzare i risultati.  In sintesi c’è molto lavoro da fare, nonostante i segnali positivi. Tra le questioni non risolte penso in particolare alle emergenze fitosanitarie, vecchie e nuove. Le nuove emergenze fitosanitarie rischiano di diventare nuovi casi Xylella, soprattutto per la mancanza di controlli nei punti di entrata delle merci. Sulle vecchie questioni occorrerebbe meditare. Il caso Xylella e le strumentalizzazioni commerciali che ne derivano per i nostri prodotti, nel lungo periodo, rischiano di fare orientare i mercati verso altri paesi produttori (anche intra-UE). La ricerca sulle piante ornamentali in Italia meriterebbe maggiore attenzione (in UE il 60% delle privative vegetali è per l’ornamentale). Occorre lavorare sull’aggregazione delle imprese, la filiera non è strutturata, è carente la logistica, ma soprattutto, a mio parere, manca ancora una vera cultura del verde in Italia, una leva di green economy potente che potrebbe avere indubbi vantaggi in un Paese come il nostro ricco di cultura e di paesaggio».
A proposito del panorama fieristico del florovivaismo - tenendo conto del fatto che alcuni grandi soggetti del settore tendono a sminuirne il valore mentre altri lo ritengono molto importante; e considerando che alcuni florovivaisti, a causa del tipo di produzioni, preferiscono la data di Myplant (febbraio) e altri quella di Flormart (settembre) - pensa che siano ancora utili le fiere e in che misura rispetto ad altre vie di promozione degli affari? E che possano coesistere le due fiere italiane del florovivaismo citate senza penalizzarsi reciprocamente (soprattutto sul fronte internazionale)? E se sì, dal suo punto di vista di osservatore esterno, crede che possano funzionare al meglio autonomamente o che sarebbe meglio un qualche tipo di coordinamento?  
«Per quanto riguarda gli eventi fieristici anch’essi appaiono in ripresa trainati dai segnali positivi del settore italiano. Sono buone le performance delle fiere principali in Italia come la partecipazione dei nostri produttori alle principali fiere di riferimento del settore in Ue. Ma sta cambiando il mercato, cambiano i consumi e il modo di fare acquisti. Oggi le aziende utilizzano più canali per raggiungere la propria clientela, come ad esempio e-commerce. Sicuramente gli eventi si debbono adeguare ad un complesso in evoluzione e stare dietro alle nuove tendenze. Le fiere nazionali perdono importanza a scapito di quelle internazionali che consentono maggiori scambi. Non a caso le fiere nostrane si stanno sempre più orientando per intercettare buyers stranieri. Ciò nonostante, ritengo che gli eventi italiani stiano comunque svolgendo un ruolo di promozione importante, soprattutto per le piccole imprese, che possono avere più difficoltà ad accedere alle fiere internazionali. Bene un coordinamento tra le fiere nazionali, se teso ad attrarre compratori esteri e a guardare ad altri settori (moda, arredamento, turismo, acquisti pubblici, etc). Credo che sarebbe senz’altro utile rafforzare gli strumenti collettivi di partecipazione agli eventi, affinché le aziende possano fare sistema fra loro razionalizzando i costi e facendo massa critica per proporsi anche all'interno degli eventi fieristici internazionali». 
Sui mercati floricoli italiani, che hanno avviato un percorso di coordinamento presso l’Associazione Piante e fiori d’Italia (espressione delle camere di commercio) sui cui esiti non si sa ancora molto, salvo il tentativo di diffondere un marchio nazionale, che cosa pensa: il coordinamento dei mercati può produrre risultati e le associazioni di categoria ci credono? Il marchio nazionale Piante e fiori d’Italia (vedi nostro servizio), fermo restando che può essere complementare ad altri, può servire o in questo settore è meglio puntare su marchi più specifici? Ad esempio un marchio per la floricoltura ligure, uno per il vivaismo pistoiese, uno per il vivaismo olivicolo pesciatino ecc.?
«Un coordinamento può essere utile certamente tra mercati perché porta ad una maggiore organizzazione. Sul marchio Piante e fiori d'Italia, che promuove il prodotto italiano, ho qualche dubbio in virtù del risultato che si intende ottenere. L’italianità della produzione può avere un significato in altre filiere, gli acquirenti delle piante ornamentali non comprano i sapori ed il brand di un territorio ma, molto più semplicemente, acquistano un prodotto con le caratteristiche desiderate, indipendentemente dalla provenienza. In virtù di quanto dicevo in precedenza sulle emergenze fitosanitarie, penso che sarebbe molto più utile un marchio teso a garantire la sicurezza fitosanitaria. Un marchio contro i rischi fitosanitari per chi acquista potrebbe essere un valore aggiunto del prodotto per aprire a nuovi mercati in una fase di commerci sempre più globali e con minacce sempre maggiori dovute ai cambiamenti climatici». 
Sulle politiche per il comparto olivicolo-oleario l’abbiamo già sentita a febbraio a Firenze (vedi nostro servizio), che cosa è emerso in proposito nella VII assemblea nazionale in cui è stato rieletto?
«Cia ha incentrato i lavori dell’Assemblea sul tema dell’innovazione per uno sviluppo sostenibile. La competitività delle imprese passa anche da nuove relazioni con il territorio e nella filiera, e questo conta particolarmente per il comparto olivicolo e oleario. Il settore ha certamente tra le priorità quella di invertire il trend produttivo in discesa, ma anche voler mettere a valore i propri punti di forza senza cambiare identità o voler per forza emulare altri modelli. Non esistono soluzioni universalmente valide, ma diversificate e innovative soluzioni che permettano agli agricoltori sia di garantirsi adeguato reddito, sia di preservare il loro legame con il territorio. Pensiamo a nuove tecniche per la gestione dell’oliveto, al miglioramento del nostro patrimonio varietale attraverso nuove tecnologie e in generale all’innovazione digitale e della comunicazione del valore dell’olio (qualità territoriale, nutrizionale, organolettica, etc). Rafforzare l’aggregazione per un più forte posizionamento sul mercato e riequilibrare i rapporti lungo la filiera, anche utilizzando al meglio lo strumento delle OI (Organizzazioni Interprofessionali), sono percorsi obbligati per sostenere una delle nostre filiere di eccellenza».
 
Lorenzo Sandiford